

Aion
iscritto dal: 11/03/2008
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I preparativi
Moltitudini di uomini vestiti di stoffe arcane e colorate, che camminavano al sole sotto palazzi enormi, in spazi privi di sassi, erba o animali. Diceva anche che un tempo il mondo era pieno di musica, luci e meraviglie, che gli uomini erano così diversi tra loro da combattersi spesso e non riconoscersi l’un l’altro. Ma Grattaterra era pazzo.
Categoria: Originali
Genere: Fantascienza
Rating Per tutti
Dove si uniscono i colori
Lo scuro increspato da onde pigre sotto, il chiaro immobile sopra. Sembrava che si congiungessero con continuità e dolcezza: quasi come due sposi. Lo sguardo della piccola era fisso proprio lì e questo non stupiva Lilli. I gatti amano guardare l’immensità.
Categoria: Fanfiction
Fandom: Kiki, consegne a domicilio
Rating Per tutti
Senza parole ricorderò per te
Un uomo che avrebbe potuto vivere un’esistenza diversa, se soltanto avesse avuto il coraggio. Un uomo che vive all’ombra. Un uomo che senza parole forse troverà la possibilità di un’ultima decisione.
[Kozo Fuyutsuki, episodio 15]
Categoria: Fanfiction
Fandom: Neon Genesis Evangelion
Rating VM14
So che hai fame
Là fuori vivono, e qualcuno è chiuso. Qualcuno si chiude, e grida fame in silenzio.
Categoria: Fanfiction
Fandom: Neon Genesis Evangelion
Rating VM14

Anonima Autori, (c) DK86, Jean Genie, Nisi Corvonero, Reader Not Viewer.
Layout di Lan Awn Shee.
L'immagine usata per il layout è di Rain.
L'immagine usata per la categoria è di ABC.
I personaggi e le situazioni presenti in questa storia appartengono a J.J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber e a chi ne detiene i diritti. L'autore non scrive a scopo di lucro e nessuna violazione del copyright è intesa.
Per citare, riprendere, tradurre questa storia, in parte o in toto, occorre l'esplicito permesso dell'autore.
Il sito non è responsabile degli scritti che contiene, né dei loro contenuti. Anonima Autori non ha fini di lucro.

Michael Dawson fissa il mare, ma le acque non rispondono.
Ed è normale che l’oceano non sia un grande interlocutore… ma, in effetti, sembra completamente morto. O addormentato senza garanzia di risvegliarsi più. L’immobilità dell’acqua, più che guidare la motonave nella sua corsa, sembra – al contrario – fare il possibile per bloccarla; non spingerla in direzione opposta, semplicemente lasciarla ferma e galleggiante. Due giorni, da che sono partiti, e non sa quanta strada abbiano fatto da quella maledetta isola. “Segui la rotta segnata”, gli hanno detto soltanto, prima di lasciarlo andare assieme a Walt. E qualcosa gli suggerisce che ha percorso solo una piccola parte della rotta. Ma tanto l’oceano non gli risponderà.
Un rumore alle sue spalle e si gira. Walt, sopra la sua coperta, si sta stiracchiando dal sonno. Il fianco sinistro contro la parete della motonave, mugola qualcosa durante i primi movimenti per alzarsi in piedi. Michael non dice una parola, appoggiato di schiena al corrimano; lo guarda svegliarsi e si illumina in volto. Nonostante gli occhi insonni e la barba incolta, quando ha davanti suo figlio si sente la persona più serena dell’universo. Sorride, mentre il ragazzo si volta verso di lui.
“Hai dormito bene?”
L’interessato porta una mano alla nuca. “Bene? Sì, abbastanza.” Si gratta distrattamente e, con l’altra mano, si appoggia alla parte di corrimano che gli è vicino. Per un attimo sembra guardare oltre il padre, come se fosse trasparente ed esistesse soltanto l’infinito oceano attorno. Tossicchia. “È ancora così piatto?”
“Come un campo da hockey”, risponde il padre con un risolino. Non si sognerebbe mai di mostrare la propria preoccupazione davanti a Walt, col rischio di inquietarlo. È il suo bambino e non vuole che stia male. Le metafore sportive non saranno il modo migliore per sdrammatizzare, ma sono già un inizio per non disperarsi.
“Come un campo di ghiaccio…”, riprende Walt senza preavviso. Dando le spalle all’uomo, si gira a contemplare la distesa immobile e il cielo grigio. Con una mano sulla fronte, sembra perdersi come un turista che osservi il panorama metropolitano dall’alto. Michael non capisce cosa il figlio ci trovi di interessante in una distesa d’acqua bianchiccia e uniforme, ma lo rende sereno che almeno lui non patisca la noia. Per quanto lo riguarda, sta solo aspettando le quattro mura di una casa e la possibilità di dimenticare l’isola e quello che è successo. Soprattutto quello che è successo. Gli fa piacere che almeno il suo bambino sia sereno.
Lo osserva di nuovo; Walt gli dà le spalle, ma è facile immaginare gli occhi assonnati e persi nel mare. Sembra anche mormorare qualcosa, che gradualmente diventa più udibile.
“…e vidimi davante / e sotto i piedi un lago che per gelo / avea di vetro e non d’acqua sembiante…”
Lo ripete di nuovo, cantilenando, come una formula magica. Michael, che non capisce, gli si avvicina incuriosito. Lo sente ripeterla altre due volte: sì, dev’essere un’invocazione strana. Il suo è sempre stato un bambino speciale.
Lo raggiunge e gli posa una mano sulla spalla. “Che cos’è?”
“Italiano. Dante. È poesia, me la recitava spesso la donna del campo.”
A quel punto la mano di Michael trema un poco. Vorrebbe dimenticarsi dei giorni che il suo Walt ha passato imprigionato tra quella gente orribile, di quello che certo ha subito. Ma soprattutto di quello che è successo prima di farli riunire. “Non credo che sia qualcosa di molto interessante, allora.” La sua voce si fa più roca.
Il figlio non risponde subito. Si limita a guardare il mare.
“Però… sembra proprio come raccontava lei. Cocito.”
Le acque sembrano muoversi di un soffio.
“Co… che?” Michael non stacca la mano dalla sua spalla; anzi, la presa si fa un poco più stretta. Sente le dita tremolare.
“Inferno. Una parte, almeno. Diceva che è una grande distesa di ghiaccio, immobile, pallido come vetro.” La sua testa, mentre parla, ondeggia lievemente come la marea. Michael sente che, finalmente, il mare si sta facendo più mosso. “Non so perché me lo raccontasse sempre, ma le piaceva ricordarmelo ogni tanto, quando mi portava il cibo. Mi ha anche insegnato qualche strofa a memoria.”
Michael si rasserena in volto: allora era solo una stupida poesia, in effetti hanno trattato bene suo figlio, come promesso.
E Walt sembra coinvolto ed entusiasta nel parlarne, così continua a stimolarlo. “E cosa diceva ancora?”
Il ragazzo non lo guarda; sembra davvero uno spirito del mare che, se solo, muterebbe le braccia in pinne e svanirebbe subito in quelle acque strane e pigre. Sembra pensarci su, prima di parlare.
“Ah, sì!”
“Cosa?” A Michael piace davvero ascoltare le storie di Walt, in fondo. Lo fa sentire orgoglioso di essere finalmente un padre a cui il proprio bambino racconta volentieri.
“Qui sono imprigionate le anime dei traditori.”
Silenzio.
Walt sente le dita del padre irrigidirsi, sopra la sua spalla. Poi staccarsi, seguite dal rumore di piedi che si allontanano.
Si gira. “Papà?”
Ora è il suo vecchio a dargli la schiena. Si passa una mano sul viso e quando si gira sembra più nervoso di prima.
“Sì… scusa, questo mare piatto mi dà ai nervi.”
La notte, Michael non chiude occhio. Sente il figlio russare placidamente dall’altra parte della barca e le onde che la muovono piano. Nient’altro, oltre il proprio respiro affannoso e la schiena che fa male, dal momento che siede contro il basso bordo dello scafo.
Quei maledetti, pensa. Prima lo hanno costretto ad ogni cosa per riavere suo figlio, e anche adesso continuano a tormentarlo. Ma non deve pensarci. Ora che Walt è di nuovo con lui, e possono finalmente tornare al sicuro nel mondo civile, nient’altro deve avere importanza.
Nient’altro deve turbare la nuova serenità di padre e figlio.
In ogni caso la testa gli fa male, ogni minuto di più; sarà la dannata marea imprevedibile, un attimo calma piatta e poi sussulti e ancora bonaccia. Forse era meglio quando le acque non si muovevano affatto.
Ma comunque, anche in una situazione idilliaca di acque e tempo atmosferico, non cambierebbe nulla; si sentirebbe lo stesso uno straccio in questa notte. Perché nulla riuscirebbe a togliergli quei pensieri dalla testa, e il peso opprimente nelle vene.
La sola cosa che può chiedersi è: perché?
Perché dovevano farlo a Walt, insinuare in lui il tarlo del dubbio? Ha fatto tutto quello che chiedevano, fino alla fine, rimettendoci molto di più di quello che voleva. Ha consegnato i suoi compagni, dopo due mesi in cui si facevano forza a vicenda. Ha fatto fuggire un prigioniero.
Ha ucciso Ana Lucia e Libby, che si fidavano di lui. Tutto per suo figlio.
La sola cosa che si chiede è: perché dovevo farlo?
Il buio e il mare fanno silenzio.
“Papà…”
Ha dormito, forse, qualche ora. La schiena gli fa male, apre gli occhi con più lentezza del solito, trattenendo qualche mugolio. Ma cerca di ricomporsi, quando si trova davanti suo figlio.
“Walt. È stata una buona notte?”
L’interrogato non risponde. Con un dito puntato gli indica di girarsi.
Lo fa svogliatamente, con lentezza, ma appena voltatosi sbarra gli occhi.
Il mare è agitato, e lo sembra ancora di più in prossimità delle rocce vicine. E un enorme piede di pietra spunta da dietro gli scogli. Come se non bastasse, per la nausea che colpisce Michael all’istante, ha quattro dita.
Il piede di un demone.
Questo lo fa restare fermo per qualche secondo, tremante. Walt lo guarda impotente, da dietro; gli si avvicina, mentre lo scafo sussulta per le onde che lo stanno conducendo verso la terraferma. Fa per mettergli una mano sulla spalla, ma il padre lo anticipa.
Si stacca dalla parete con violenza e a passi veloci attraversa l’interno della barca; i suoi passi rimbombano, nonostante il rumore del moto ondoso. Walt lo vede correre, ansimando, fino al timone. Afferrarlo con entrambe le mani e prendere a virare. Lo vede lottare contro l’attrezzo, piegando le dita fino al rischio di torcerle. Lo vede urlare contro il cielo grigio.
“Maledetti!”
“Papà…”
“È… è questo che volevate? Illudermi e poi farmi tornare qui? Non vedete che mi avete costretto?”
Il ragazzino gli si avvicina piano. Guarda oltre il padre, che ancora tiene il timone tra le mani torte; il piede di demone non è lontano, anzi sembra ancora troppo grande.
“Questo… questo è l’Inferno.”
“Papà…”
Finalmente l’uomo si gira verso Walt. Ha gli occhi arrossati e stanchi, ma ancora spalancati. La pelle scura sembra sbiancata da qualcosa di simile al terrore.
“Papà… cosa ti hanno fatto fare?”
Per parecchi secondi, troppi, Michael lo guarda come se fosse un fantasma. La testa ciondola avanti e indietro. Il moto ondoso è fiacco, e la barca non si è ancora allontanata molto da terra.
“Walt…”
“Cosa è successo? Sembri sconvolto…”
“Piccolo mio, non…”
“Papà, per favore. Perchè ti comporti così?”
“SMETTILA!”, urla, tanto che Walt non ha il tempo di reagire; neanche quando suo padre, di scatto, alza un braccio e fa per colpirlo in pieno viso. Il giovane chiude gli occhi immediatamente, aspetta il colpo. Sente solo le onde muoversi un poco di più.
Aspetta un secondo. Due. Ma la punizione non arriva.
Li riapre, e suo padre non è più davanti a lui. A pochi metri, i gomiti appoggiati al corrimano, gli dà le spalle. Però lo sente ansimare e tossire.
Per un po’ non parlano; rimangono immobili. Il figlio china la testa.
“Walt… mi dispiace.”
“Mi dispiace.”
L’ultima cosa che ha detto ad Ana Lucia, prima di scaricarle parecchi colpi in petto. Era seduta. E inerme. A Libby non ha detto niente: l’ha semplicemente vista, ha incrociato il suo sguardo d’orrore mentre entrava e vedeva il corpo. Poi altri colpi. Si è messo a piangere soltanto in seguito, prima di oltrepassare i cadaveri e liberare il prigioniero. Era quello il suo compito originario. Nient’altro che tornare tra i suoi compagni e aspettare il momento giusto per liberare il prigioniero. Quello era un loro nemico; quindi anche suo, in teoria.
Era stato un incidente, comunque.
Lo ha detto anche a loro, ai suoi compagni. I compagni di cui doveva essere amico. Quando gli hanno rivelato di aver scoperto il suo tradimento, la sua colpevolezza, ha insistito che non voleva ucciderle. Era davvero così. Erano solo nel posto sbagliato.
“Però le avresti uccise lo stesso, vero?”* Non aveva saputo rispondere. Poco dopo, i suoi compagni erano comunque finiti in trappola. Gli Altri lo avevano infine ricompensato per il suo compito, e lui pensava finalmente di potere scappare da quell’inferno col suo bambino.
Però… se non ce ne fosse stato effettivamente bisogno, avrebbe ucciso lo stesso? Solo per obbedire a un ordine?
Forse lo avrebbe fatto davvero. Se glielo avessero imposto, sì. Qualsiasi cosa. Si sarebbe detto che era tutto per suo figlio.
Tutto per lui.
Ma in questo momento, ora che Walt rischia di scoprirlo, tutto quello che ha fatto gli appare insensato e bestiale. Si sente soltanto punito.
Quando riapre gli occhi non gli sembra di essere nello stesso posto di prima. Si sente appoggiato al nulla, la testa ciondolante e una forte nausea. Gli occhi vacillano sul mare grigio e immobile. Morto, o forse ghiacciato. Non c’è un filo d’aria né un rumore.
Bofonchia qualcosa, ma non capisce le sue stesse parole. Forse è solo l’ultimo delirio, perché nonostante faccia caldo si sente gelare. Anzi, è tutto immobile e congelato.
E la sensazione si fa più forte col passare dei secondi; proprio mentre cerca di voltare lo sguardo, prima intravede, poi percepisce interamente l’ombra che gli è dietro. Sente il respiro sulla schiena, e i brividi lungo il corpo.
In quel momento gli viene in mente un verso, una lingua strana, che forse ha ascoltato il giorno stesso, e capisce: questo è l’Inferno. Lo stanno venendo a prendere.
Nel realizzare ciò, si sente già abbrancato da dietro. Dita che lo prendono per i fianchi, che lo scuotono. Il peso nella testa è ancora forte per tentare una reazione e Michael, tirato all’indietro, vede l’ombra sfuocata e distorta. È umana… ma no, non lo è. È uno dei demoni.
Lo vengono a prendere.
Quando tenta di girarsi e urlare viene lasciato di colpo. Barcolla all’indietro.
Tanto indietro da finire di nuovo con la schiena contro il corrimano, ma nonostante il colpo non sente dolore. Lo sguardo ancora vacilla e la marea – questa volta lo nota distintamente – è più forte e sta guidando la barca.
Walt, davanti a lui, si sta mordendo un labbro.
Michael sospira. Era il suo bambino, non un demone. Non questa volta. Per ora non è finita.
“Io… pensavo che stessi male. Sembravi delirare…”
L’uomo non dice niente, la voce è rotta. Alzando un poco gli occhi, fa segno al figlio di raggiungerlo. Lo vede avanzare a passi incerti, e quando è abbastanza vicino gli crolla addosso. Lo abbraccia con forza, cercando debolmente di sostenersi coi piedi per non fargli male. Walt risponde goffamente, mentre la stretta si fa forte. Il corpo di suo padre trema.
“Walt, lo sai… è colpa mia. Tutta. Questo è l’Inferno, davvero.” Parla a fatica, ha la voce impastata e la gola secca. Non gli serve guardare il mare, per sapere che la costa è vicina. Non era opera degli Altri, o della marea: non può lasciare la sua isola, perché ormai sa benissimo cos’è. È il suo destino.
“…non importa, papà. Ora non possiamo fare altro che cercare di resistere.”
E, senza l’esitazione di prima, mette una mano sul capo del padre. Questa volta Michael non trattiene le lacrime, aggrappandosi al suo bambino come l’unico punto di appoggio che gli è rimasto. Si sente osservato da tanti volti; due sporchi di tracce rosse, altri accusatori. Ma ora, anche se piange senza trattenersi, si sente quasi più sereno; perchè sa che nulla può cambiare. E forse, anche all’Inferno, possono farcela lo stesso.
Il mare è più forte, nell’accompagnare lo scafo per gli ultimi tratti che lo separano dalla spiaggia. E non sembra più grigio: è di un blu scuro, pulsante, vivo.
* La frase è riportata direttamente dalla versione italiana dell’episodio 23 della seconda stagione: “Si vive insieme, si muore da soli – Parte 1”