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BLANCA13
iscritto dal: 20/03/2008
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Fotografie sparse
Ritratti in tre versi.
Categoria: Originali
Genere: Romantico
Rating: Per tutti

Inni al serpente
Queste poesie sono assolutamente inutili. Con ogni probabilità, infatti, l’unica persona che davvero dovrebbe leggerle non saprà mai di loro; ma questo, forse, è anche l’unico motivo per cui le ho scritte.
Categoria: Originali
Genere: Romantico
Rating: Per tutti

Nostalgia del verde
Poche righe scritte di notte, qualche ricordo. Solo questo.
Categoria: Originali
Genere: Romantico
Rating: Per tutti



Anonima Autori, (c) DK86, Jean Genie, Nisi Corvonero, Reader Not Viewer.
Layout di Lan Awn Shee.
L'immagine usata per il layout è di Rain.
L'immagine usata per la categoria è di Studio Pierrot.
I personaggi e le situazioni presenti in questa storia appartengono a Masashi Kishimoto e a chi ne detiene i diritti. L'autore non scrive a scopo di lucro e nessuna violazione del copyright è intesa.
Per citare, riprendere, tradurre questa storia, in parte o in toto, occorre l'esplicito permesso dell'autore.
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La veglia

 

 

Ringrazio Dk86, che ha fatto da beta reader, e Lauratdolcevita, che ha letto in anteprima.

La Veglia

 

Di notte il turno di guardia non mi dispiaceva. Resistevo facilmente al sonno ed era l’unico momento della giornata in cui avevo modo di pensare a me stessa senza che nulla mi disturbasse: al contrario dei miei compagni, infatti, per me non era necessario restare costantemente all’erta grazie alla mia abilità innata, che mi permetteva di sorprendere i nemici nelle vicinanze percependone il chakra, senza impegnarmi troppo.
Quella sera soffiava un vento freddo, così mi gettai la coperta sulle spalle e cercai di ravvivare le fiamme quasi spente del falò con alcuni pezzi di legno, ma invano; strano, tutte quelle folate avrebbero dovuto aiutare il fuoco, non soffocarlo. Provai anche con un fiammifero, ma poi, al terzo tentativo andato a vuoto, sbuffai seccata.
“Tutto bene, strega?”
Mi voltai di scatto, sorpresa: di solito Suigetsu non si svegliava mai se poteva farne a meno, invece mi stava fissando e sorrideva con i suoi denti da squalo.
“Che vuoi, idiota? Manca ancora un po’ al tuo turno, dormi.”
“E perché? Non sono mica obbligato.”
Si alzò a sedere e la coperta gli scivolò di dosso. “Che freddo!” borbottò, tirandola di nuovo su di sé. “Ma non potevamo trovare un albergo?”
“Se avessi un cervello al posto di tutta quell’acqua avresti capito che l’albergo più vicino è ad un giorno di cammino da qui! L’abbiamo detto mentre cenavamo!”
“E se tu invece ti comportassi da dolce signorina e non da mostro con gli occhiali potresti scaldarmi un po’!”
Era la prima volta che si rivolgeva a me in quel modo, ma non si rese più simpatico per questo.
“Aspetta che la squadra Hebi si sciolga e ti faccio la festa, altro che scaldarti!” ribattei.
“Oh, stai calma, tesoro, scherzavo! Chi vorrebbe una come te? Tanto so che ami solo Sasuke!”
“Non è vero!”
“Ma gli hai già detto perché gli stai sempre addosso? O lo devo fare io?”
“Muori!”
Non ero riuscita a trattenermi e avevo parlato a volume troppo alto: Juugo brontolò nel sonno, facendomi rabbrividire. Non avevo mai smesso di averne timore.
Suigetsu ebbe la fantastica idea di canzonarmi. “Uh, la strega ha paura dell’orco!”
“Stai esagerando!”
“Uffa, quanto sei antipatica! Comunque morire non è tra i miei programmi”.
Senza aggiungere altro, finalmente, Suigetsu si coricò di nuovo dandomi le spalle, e poco dopo capii dal ritmo del suo respiro che si era riaddormentato.
Guardai Sasuke. Era accanto a me, non troppo vicino al fuoco, com’era sua abitudine: sopportava bene il freddo, così come il caldo e la fatica. Era sempre gelido, impassibile e manteneva la calma in tutte le situazioni, le sue reazioni erano sempre misurate. Secondo i miei calcoli avremmo incontrato Itachi Uchiha il giorno successivo: mi chiedevo se anche allora sarebbe stato capace di controllarsi o se invece avrebbe ceduto alla rabbia.
Lo osservai meglio e, per l’ennesima volta, mi parve bellissimo; ebbi la sensazione che non avrei mai smesso di meravigliarmi dei suoi lineamenti perfetti. Ogni volta che lo vedevo sentivo una morsa nel petto e, nonostante fossi felice della sua presenza, ero torturata dal desiderio di avvicinarmi di più a lui. Mi piacevano in particolare i suoi occhi neri, che in quel momento teneva chiusi; mi infastidiva non riuscire a leggervi nient’altro che bramosia di vendetta: il suo sguardo, difatti, per tutto il resto era imperscrutabile come lui. Lo Sharingan, poi, mi stregava a tal punto che ne avevo timore: mi sembrava che avesse in sé qualcosa di demoniaco.
Ad un tratto fui assalita dall’angoscia: mi ricordai di ciò che avrebbe atteso Sasuke l’indomani. Tentai di immaginare che avversario sarebbe potuto essere Itachi e mi rammaricai di non essere molto informata sul suo conto. Avevo udito solo voci, su di lui, peraltro terribili: si mormorava a proposito di un suo certo potere particolare, una tecnica spaventosa che non conoscevo. Non dubitavo delle capacità del fratello minore, ma non potevo essere sicura riguardo all’esito dello scontro: e se Sasuke non avesse più ragionato bene davanti ad un nemico di quel calibro, se fosse stato sopraffatto dall’ira repressa, dall’odio? In quell’incertezza avevo bisogno di lui come non mai, volevo abbracciarlo, baciarlo, stringerlo a me; lo fissai, se possibile, ancora più intensamente, quasi con fame.
Mi accorsi che si agitava sotto la coperta, pensai che fosse in preda agli incubi. Lo udii parlare nel sonno e mi accostai a lui per sentire meglio che cosa stesse dicendo.
“Perché, perché?” gemeva.
Provai dispiacere per lui: con un gesto istintivo, allora, gli presi la mano, benché non sapessi se sarebbe stato contento di quel contatto. Sudava freddo, così gli asciugai la fronte con un fazzoletto. “Grazie, Sakura” gli sfuggì.
Come mi aveva chiamata?
In quella, Sasuke aprì gli occhi.
“Che stai facendo, Karin?”
Il suo tono fu abbastanza tagliente da ferirmi, ma non volevo renderlo evidente. “Oh, niente, io… ero preoccupata per te, stavi sognando…”
Mi trafisse con un’occhiata; gli lasciai la mano, imbarazzata, cercando di non arrossire. “Ti ho chiesto di fare la sentinella, non l’infermiera” rispose, girandosi.
“Scusa” sussurrai, ma lui non fece nulla. Sospirai. “Chi è Sakura?” domandai alla fine.
Sasuke si voltò dalla mia parte, visibilmente stupito.
“Perché?”
“Così. Dimmelo!”
Esitò, poi mi diede di nuovo la schiena. “Nessuno. Sparisci, Karin.”
Decisi di lasciarlo in pace. Raccolsi un bastoncino e presi a rimescolare la cenere del falò.
Nessuno. Anche questa misteriosa Sakura, come Naruto Uzumaki, il ragazzo della volpe a nove code, non era nessuno; probabilmente anche lei era uno dei fantasmi che popolavano il passato di Sasuke. Cercai di immaginare chi potesse essere stata per lui: una sorella? Un’amica?
O era innamorato di lei?
No, non era possibile. Sasuke aveva un cuore di pietra, almeno da quando mi era stato presentato. In fondo, però, che cosa pretendevo di capire? Non sapevo praticamente nulla della sua vita prima che raggiungesse Orochimaru e niente mi legava a lui, se non un brutto segreto di cui, chissà per quale ragione, Suigetsu era al corrente; ma non avevo voglia di richiamarlo alla mente, soltanto il pensiero mi nauseava.
Svegliai Suigetsu perché prendesse il mio posto di guardia; senza smettere di pensare a Sasuke, poi, mi adagiai addormentandomi quasi subito.
A metà della notte mi destai, ma rimasi immobile; non aprii nemmeno gli occhi. Qualcuno stava giocherellando con i miei capelli: sapevo che era Suigetsu, ma ero troppo stanca per scacciarlo e lo lasciai fare, senza chiedergli spiegazioni. Stranamente, non mi dava fastidio.