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CHARIS HARKER
iscritto dal: 11/03/2008
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Il Suono del Flauto
"Avrebbe suonato per incantare la morte. Avrebbe suonato per sedurre la morte. Avrebbe suonato per sconfiggere la morte."
Categoria: Originali
Genere: Horror
Rating: VM14

Tredici autunni
Tredici autunni sono passati e si compie una vendetta, che metterà in moto meccanismi tanto antichi quanto crudeli.
Categoria: Originali
Genere: Horror
Rating: VM14

L'ago della bilancia
"Ma quella era l'America, anche se stava lentamente diventando una terra avvelenata molto simile ai tetri scenari che era abituava a conoscere: poteva davvero sparare ad un ragazzino solo perché teneva in mano un computer?" Ziva David è l'ago della bilancia: da che parte penderà?
Categoria: Fanfiction
Fandom: NCIS
Rating: VM14

Il giorno in cui il mondo andò via
Nessuno poteva fermarlo, perché non era rimasto più nessuno con lui. Perché quel giorno il mondo intero era andato via.
Categoria: Fanfiction
Fandom: Harry Potter
Rating: VM14



Anonima Autori, (c) DK86, Jean Genie, Nisi Corvonero, Reader Not Viewer.
Layout di Lan Awn Shee.
L'immagine usata per il layout è di Rain.
L'immagine usata per la categoria è di Mary Cassatt.
Per citare, riprendere, tradurre questa storia, in parte o in toto, occorre l'esplicito permesso dell'autore.
Il sito non è responsabile degli scritti che contiene, né dei loro contenuti. Anonima Autori non ha fini di lucro.

 

Absinthe – Dei tramonti e della noia

 

 

Consiglio d'ascolto: Heroin dei Velvet Underground

 

Racconto ispirato a L'assenzio di Edgard Degas.

“I’m gonna try to nullify my life.”
The Velvet Underground, Heroin

 

Un tavolo, una spugna. Marise che continua a lavare i piatti, l’acqua sporca e scura che scorre nel lavello sopra la ceramica dei servizi dozzinali, ceramica scheggiata, rovinata. Piatti, bicchieri, scodelle e tazze che stanno lentamente annegando in quel liquido lurido, forse stufi di comparire ogni sacrosanto giorno sulle tovaglie di questo locale. Squallido locale.
La vista annebbiata e il senso di nausea che mi sale per la gola fino a farmi soffocare, mentre osservo l’acqua scura che si riversa e si spande sul pavimento, lenta, stanca, coprendo le piastrelle dai decori incomprensibili, i piatti che galleggiano senza meta, alla deriva. Marise che s’asciuga le mani sullo strofinaccio, lo posa sul bancone in legno e si volta verso lo specchio.
Dio, com’è diventato nero tutto.
Chiudo con forza gli occhi e mi premo le mani sulle palpebre; per qualche minuto tutto quello che riesco a sentire sono i battiti dissonanti del mio cuore e il sudore freddo che mi cola lungo la nuca, il cappello che mi pesa sulla testa, le gocce che scendono per la schiena -giù dentro il corsetto- e le stecche conficcate nella carne. Tolgo le mani e inspiro più a lungo che posso. Riapro gli occhi: l’acqua sul pavimento è sparita, com’è bene che sia, la mia nausea no. Li richiudo cercando di convincermi che è questo ciò che voglio, appoggio le spalle contro il muro dietro di me, allungando nel frattempo le gambe sotto il tavolo, il tessuto del vestito che mi si appiccica alle scapole. Mio Dio: non è questo.
Muovo lentamente le dita delle mani e mi stupisco quando scopro che sono ancora in grado di stendere le braccia per afferrare il bicchiere, che sta nel bel mezzo del tavolo, stabile e inconfondibile. Bene, continua così. Il freddo del vetro contro la mia pelle screpolata, prima quella delle mani, poi quella delle labbra, poi solo l’alcool che mi scivola in gola, scavando il suo abituale tunnel, veloce.
Luce, blu, giallo. Le venature del legno. Nausea, tanta. Abitudine, com’è bene che sia. Marise che con i suoi tacchi martella il pavimento per servire un altro avventore.
Piano piano il cuore cessa di pulsarmi in petto tanto violentemente e stacco la schiena dal muro, inclinandomi sul tavolo, ferma come una statua e attenta a non muovermi neanche di un millimetro: nella mia stabilità già vedo il mondo ondeggiare e cambiare forma di continuo. Respiro. La luce che cala: presto sarà sera. Battiti -li sento ancora- spurie testimonianze di morte non avvenuta.
Assenzio. Semplice rimedio al male di vivere di migliaia di anime un po’ più lacerate del normale, baluardo ingannevole un po’ infantile e un po’ idiota. Assenzio. Veleno sulla punta delle labbra, un segreto conosciuto da tutti che punge il mio orgoglio. Ultima difesa prima della Notte, mio amico, mio odioso oblio.
Incatenando il mio tempo, resto sveglia per qualche attimo ancora.

Mi ricordo ancora adesso, dopo così tanti anni, la voce di Régine. Mi rimbalza in testa, intrappolata all’interno del mio cervello: non riesco a farla andare via.
Régine, mia sorella.
Régine che di notte, quando stavamo tutte e due abbracciate strette nello stesso letto, mi sussurrava che le stelle muoiono poco alla volta quando sentono le ragazze piangere; Régine che profumava di lavanda, Régine che di sera mi pettinava i capelli, Régine che voleva diventare la più grande ballerina dell’Opera di Parigi, Régine che sognava.
Ma andiamo con ordine, voglio sfruttare appieno questi pochi momenti di lucidità che ancora mi rimangono; chissà, forse potrei morire stasera, in fondo ne trovano così tanti, di ubriachi stroncati dal freddo: domani potrei essere una di loro. Se questo dev’essere l’ultimo tramonto che vivo e questi ricordi traditori, che mi ritornano in mente quando li odio con più forza, devono essere le immagini che alcuni dicono di vedersi scorrere davanti agli occhi prima di morire, che lo siano, ma lo siano con ordine e giustizia.
Mio padre era un marinaio e mia madre una lavandaia e si capisce già come possa essere andata la storia. Lui non lo ricordo nemmeno: stette con noi il tempo necessario per dettar legge sul nome di quella prima bambina; poi, decise di far vela per porti meno proliferi appena seppe che era in arrivo la seconda. Perciò mia sorella fu Régine, maggiore di me di solo un anno e con un nome adatto ad altre epoche, diverse dalla nostra.
Mia madre è sempre stata una donna dotata di grande senso pratico, ma priva di fantasia; per cui quando venne il momento di assegnare un nome alle neonata, non fece altro che andare a chiedere consiglio ad un vecchio professore mezzo matto che collezionava cucchiaini da tè e veniva tutti i giorni da noi per farsi lavare l’unico cappotto che aveva e che non metteva mai; il quale, dopo averci pensato per una buona quindicina di minuti, mentre ingoiava in continuazione caramelle alla liquirizia, proferì un: “Chiamatela Splendore.”
Mia madre rispose: “Non mi piace.”
E allora lui ribattè: “Allora chiamatela Aglaé.”
“Bello, che cosa vuol dire?”
“Splendore.”

Perciò io fui Aglaé: secondogenita di un amore non troppo amore e di una storia già sentita troppe volte. Aglaé, splendore mio, bimba mia. Aglaé. Una lenta ninnananna che mia madre mi ripeteva ogni sera, con un suo incedere decadente ed ipnotico. Splendore mio. Una filastrocca che da piccola credevo veritiera, un suono dolce che riusciva a consolarmi.
Bimba mia.
Régine era il sole, era un canto di gioia per noi due: lei era l’allegria fattasi persona, lei era Giovinezza, lei era l’assenza di cose brutte dal mio piccolo mondo ovattato di bambina. Aveva un unico grande sogno: ballare, ballare fino alla morte, dimostrare al mondo e alle persone che una ragazza di strada come lei poteva rivelar loro un dio nascosto nelle piccole cose, cose materiali, cose di sensi, emozioni e perdizioni, un dio di bellezza che si strugge nel lento annegare del sole aldilà della linea dell’orizzonte, che si meraviglia del perfetto equilibrio di un camposanto, che canta lodi che parlano di sangue.
Lei nel proprio universo infinito e ricco era regina per davvero, lei era libera nel suo saltare e distendersi e agitare le braccia e alzarsi sulle punte.
Ed io ero la piccola Aglaé, la bambina educata dai lunghi capelli rossicci.
Talmente educata che non parlavo mai, neanche quando qualcuno mi rivolgeva una domanda, caratteristica, questa di essere devota al silenzio, che ho conservato anche una volta cresciuta. Mia madre, pur essendo un’umile lavandaia, ci teneva molto a che io e Régine imparassimo il Galateo, o almeno un suo riflesso adattabile alla nostra condizione sociale: mia sorella, con la sua gioia di vivere, non era certo la persona adatta per stare seduta a tavola con la schiena dritta e i gomiti non sulla tovaglia; quindi le rimanevo solo io a cui poter spiegare come si prepara una tavola e come si devono tenere le gambe quando si sta sedute.
Ogni giorno cercavo di stringere di più il mio corsetto, di camminare più dritta e con passi più piccoli, di raccogliere ogni singolo capello in uno stretto chignon, che poi legavo con un nastro bianco. Così: educata, silenziosa, misurata, a posto, ordinata, tranquilla, gentile. Così ero stata ammaestrata.
Ogni giorno che passavo era un giorno sempre più immerso nel silenzio, sempre più persa nelle mie piccole cose abitudinarie e fondamentali; gli anni passavano ed io mi accorgevo di crescere, anche contro la mia volontà. Ogni secondo in cui sentivo che al mio cuore mancava un battito, una ragione d’essere, un senso per esistere senza scopo, come foglia morta, mi domandavo se Dio si fosse già appuntato da qualche parte quello che sarebbe stato il mio destino.
Ogni volta che una sola di queste domande attraversava la mia tacita esistenza mi veniva in mente come educazione per me rassomigliasse a vegetazione.
Una pianta. Cresce, beve l’acqua che una mano amorevole le versa nel vaso, fa i suoi bei fiori, si allunga, poi decide che è tempo di morire, si secca. Vegetazione. Un sinonimo di morte lenta e ragionata. Un modo per esistere senza farselo pesare troppo. Una vita senza alcun grido.

Giro lentamente la testa per guardare l’uomo seduto accanto a me: Fabrice Moissat, trentacinque anni, poeta. Mio marito.
La cosa andò più o meno in questo modo: un bel giorno egli si presentò a casa nostra per chiedere a nostra madre la mano di una delle sue due figlie. Si chiusero in cucina a parlarne. Io e Régine stavamo dietro la porta ad origliare, le orecchie premute forte contro il legno, senza osare respirare, le ginocchia doloranti a furia di stare chine sul duro pavimento. Era uno sconosciuto e forse lo è ancora adesso. Parlava con voce nasale e il suo odore di tabacco si sentiva fin nel corridoio.
Scappammo veloci su per le scale quando sentimmo lo sconosciuto visitatore ritornare sui suoi passi.
Poco dopo mamma venne a bussare alla nostra porta, entrò e si sedette su uno dei due letti, il tutto senza proferire parola: sembrava incapace di parlare.
Io e mia sorella stavamo ferme e la guardavamo con occhi sgranati, aspettando le dovute spiegazioni. Finalmente aprì bocca: “Si chiama Fabrice. Vuole una di voi in sposa. Ha una bella casa. Ha detto che non importa chi, pagherà bene comunque. È un poeta.” Non riusciva a pronunciare frasi legate da nessi logici, parlava torcendosi le mani in grembo, come se un’improvvisa angoscia le si fosse abbattuta addosso.
“Madre?” Sussurrò Règine.
“Sì?”
Mia sorella inspirò a lungo e poi sibilò tutto d’un fiato: “Perché vuole noi?”
Era quello che pensavo anch’io. Era la domanda inespressa che ci aveva fatto correre su per le scale a rotta di collo. Perché noi? Non eravamo belle, non troppo almeno, non eravamo in gradi di sostenere conversazioni da salotti bene, e, soprattutto, non eravamo ricche.
La mamma alzò la testa e i suoi grandi occhi ci fissarono: plumbei, grigi, come l’orizzonte della nostra città, quando la nebbia confondeva il confine fra mare e cielo.
“Io credo… per capriccio.”
L’ultima parola fu a malapena un sussurro pieno di vergogna.
Io e mia sorella ci guardammo, stupefatte.
Per capriccio?
Quale persona dotata di senno e timorata di Dio avrebbe preso in sposa una ragazza, pagandola, come se fosse un animaletto esotico, una schiava da harem, una rarità da mostrare ad amici eccentrici?
Nessuna di noi aveva abbastanza coraggio per aprir bocca e interrompere quel tetro silenzio che rendeva l’atmosfera della stanza ancor più insopportabile.
“…Quanto?”
Era stata Régine a parlare.
“… Tanto.” Rispose nostra madre, il capo chino.

Era una sorte di decisione definitiva.


Dopo che la mamma se ne andò, chiudendo dietro di sé l’uscio della stanza, Régine scoppiò a piangere. Fra il mare di singhiozzi che la scossero con violenza io riuscii a cogliere solo una frase, probabilmente l’unica sequenza di parole che mi abbia mai davvero cambiato la vita. Io. Voglio. Ballare. Io voglio ballare! Certo: lei voleva ballare, lei voleva rimanere nel suo mondo incantato fatto di ballerine e palchi vuoti, lei voleva continuare a sperare che la sua vita cambiasse da un momento all’altro. Io no. Ero io quella che vegetava, che vegetava molto educatamente, pertanto perfetta per un matrimonio.
Fu la prima volta in cui vidi nostra madre piangere, quando, il giorno dopo, con voce rotta ci disse che non importava, che eravamo le sue bimbe, che non dovevamo per forza decidere per un sì; fu anche la prima volta in cui sentii Régine sgridare la mamma, per giunta chiamandola per nome, sibilando un secco “Honorine!” che mise fine alla discussione.
Mia sorella sapeva che sarebbe dovuta essere lei, in quanto figlia maggiore, a sposarsi per prima, ma sapeva anche che per me la cosa migliore era trovarmi un marito e mettere su famiglia, mentre per lei no.
Così, il giorno dopo stetti per tre ore seduta al tavolo della cucina, con mia madre davanti che parlava e piangeva insieme e mi impartiva una sorta di breve corso prematrimoniale.
Fabrice Moissat era un poeta, una stranezza fra le tante che avevano popolato la nostra discussione del giorno prima. Quando mia madre me lo disse, a differenza della prima volta, scoppiai a ridere. Ecco, con un poeta! Chissà che bella vita, lui a cercar versi per aria e io a lavare e a cucinare, davvero un’ottima scelta. Si era innamorato della nostra grazia fin dal primo momento in cui ci vide, e io mi chiedo: è mai possibile che solo gli uomini abbiamo questo talento innato per la poligamia?
Insomma, aveva trovato nelle sorelline Dupont le sue Muse ideali! Che delizia.
Era un pazzo, senza dubbio. Era pazzo, eppure io avevo accettato di sposarlo.
Credo che a quel tempo coltivassi ancora l’ingenuità infantile per cui un uomo che ti chiede in sposa debba essere una specie di principe azzurro, soprattutto se fa il poeta e pubblica su uno dei maggiori quotidiani francesi, e allo stesso tempo avessi la matura incoscienza che porta a gettarsi fra le braccia del pericolo.
Dopo quella mattina non ne parlammo quasi più. Mia madre cercava di far di tutto per convincersi che sarei stata felice, Régine girava per casa più pallida e più evanescente, gli occhi pieni di sensi di colpa, ed io… Io pensavo a come sarebbe stato il mio matrimonio mentre ricamavano gli ultimi pezzi del corredo e, lo ammetto, mi concedevo il lusso di credere che sarei stata felice con quel Poeta.
Rividi Fabrice una volta sola prima del giorno del matrimonio: io entrai a portare il tè a mia madre nel piccolo salottino ricavato dal retrobottega e lo trovai seduto in una delle consuntissime poltrone che facevano bella mostra di tutta la loro polvere. Prima di entrare sentii che stava dicendo “… credo tuttavia che la grazia di vostra figlia basterà ad allietare le mie giornate, anche se non sono così stupido da pensare che sarà un matrimonio d’amore.”
Ecco, mi aveva appena dato della stupida.
Posai il vassoio sul tavolino e lo guardai a malapena, poi ritornai sui miei passi e mi chiusi la porta alle spalle. Quando vidi Adéle, la fornaia, slanciarsi sul sagrato della chiesa per prendere il mio bouquet, pensai solo con un sorriso ironico: ecco i miei Fiori del Male.

Ed eccomi qui: novella Madame Bovary che cerca il suo amante in un bicchiere d’assenzio. Le cose non andarono come previsto, ovviamente. Fabrice smise ben presto di essere nelle grazie del direttore del giornale dove pubblicava e ben presto ci ritrovammo in miseria. È una storia semplice, vero?
Ma Fabrice, no, non potevo abbandonarlo: mi aveva salvata. Mi aveva insegnato a leggere e scrivere.
La cosa era iniziata quasi per gioco, o forse era già tutto nel suo piano: redimere la sua Musa da semplice astrazione da vetrinetta, che giova all’ispirazione del poeta, ad una donna in carne ed ossa che rubava la penna all’aedo e componeva da sé rime immortali. Mi aveva dato uno strumento, pericoloso nelle mie mani, come sogghignava lui vedendomi riempire pagine e pagine di quaderni che mai nessuno leggerà.
Uno strumento con cui mi sentivo di poter distruggere il mondo. Aveva dato luce alle mie foglie, e il sole giocava fra i miei rami: ero di nuovo saldamente aggrappata alla terra.
Ma ben presto i sogni ridiventarono polvere. Non bastava prendere in mano una penna per diventare poeti. Non bastava inseguire un verso all’interno della propria mente per riscattarsi. Ho provato, ho tentato con tutte le mie forze, ho dato tutto quello che avevo: non era abbastanza. Non era mai abbastanza.
Quello, credo quello e quello soltanto, fu il dolore più grande di tutta la mia vita. Era uno strazio, giorno dopo giorno, e lo è ancora, anche mezzo annegato e dolorante, perso in un bicchiere di liquore verde.

La nausea è diminuita e non sento quasi più nulla. Mi alzo piano e mi dirigo verso il bagno. Un passo, due. La gonna che ondeggia. Un altro passo, più lento. La mano che si stacca dal legno ed io rimango sola nel mezzo del locale. Il rumore secco dei miei tacchi sul pavimento. La pareti ondeggiano. Lo scricchiolio delle assi. La testa che scoppia. Dopo quasi altri cinque minuti di tentennamenti ubriachi raggiungo il bagno. Mi chino sul lavabo non troppo pulito, lascio scorrere l’acqua, mi sciacquo il viso.
A dir la verità chiamarlo bagno è un eufemismo fin troppo benevolo: anche attraverso il velo d’ubriachezza, distinguo perfettamente le casse di cibarie, con i topi che scorrazzano felici sopra di esse, ammucchiate in un angolo, che probabilmente nascondevano quello che un tempo era stato davvero un bagno, prima che quella casa privata fosse adibita a locale. Dell’originale arredamento rimaneva soltanto, appunto, il lavandino appeso con equilibrio precario alla parete scrostata. Che decadenza! esclamerebbe qualcuno. Ma il più delle persone, fra le quali anche me, intonerebbero solo un disgustato “Che squallore!”, prima di accasciarsi senza forze fra i sacchi di patate, nel vano tentativo di far smettere al mondo di roteare negli occhi.
Ci speravo, nel Poeta. Ci speravo stupidamente come si spera nei sogni: fatti di materia troppo instabile per gli esseri umani. Speravo mi avrebbe dato il mio Dio, la mia fede, la mia poesia.
L’acqua scorre via, leggera, fredda. Lentamente la sensazione che il mondo mi stia girando intorno si allontana e sparisce. Mi guardo allo specchio appeso sopra il lavabo: un vecchio specchio rotto e sgangherato che sta su per miracolo, appeso com’è ad un chiodo vacillante.
Riesco a malapena a fissarmi: sento solo lo stordimento che si prende cura di me, la vista annebbiata e confusa che intravede solo una sagoma di quella sono, un fantasma pallido che mi fissa con occhi vitrei dall’altra parte dello specchio. I capelli scomposti, la camicia sudata, le labbra semiaperte sono cose accettabili, ancora. Ma gli occhi no. Vedere i miei occhi devastatati e spenti è una cosa a cui non ho mai fatto l’abitudine e non credo mi ci abituerò mai. Assenzio. Ed ogni volta che riconosco come mio quello sguardo mi chiedo solo, dolorosamente: perché?
Mi lascio scivolare lungo la parete del bagno.
Régine la ballerina fa la lavandaia. Mia madre la lavandaia sta in una tomba al cimitero. Fabrice il poeta fa il relitto umano. Aglaé fa l’alcolista in una storia troppo banale per interessare a qualcuno.
La noia. L’unica, la sola, l’intramontabile prima donna della mia vita. Noianoianoianoia. La ninnananna che mi accompagna ora quando cerco di prender sonno. C’è chi trova un senso di decadenza nel non riuscire più a sopportare l’idea di esistere come si è e traendo bellezza da quel senso sopravvive, forse proprio facendo il poeta. Io, Aglaé, no: io provo solo disgusto. E l’impressione di stare scivolando sempre più in basso, sempre più a fondo dentro me, come se fosse una cosa fattibile annullarsi così dentro se stessi; come se fosse umano desiderare di dormire per sempre e continuare a sognare di fate colorate e vite migliori che ancora ci attendono, da qualche parte in un futuro non troppo lontano. Come se fosse giusto desiderare di morire per il semplice fatto che non ho più le forze per danzare sui resti di quel c’è di rovinato nella mia vita, non ho più la voglia di cercare di scacciare via la Noia e la sensazione di star facendo sprecare tempo all’umanità con la mia esistenza qui sulla terra.
Seduta per terra e le lacrime che scorrono. Assenzio fa’ il tuo dovere: non ricordarmi che non troverò mai l’arte che cerco. Io cerco il mio Dio nella forma delle cose: colori che non ho mai visto e mai vedrò accompagnano i miei paradisi, sinfonie che non riesco a scrivere mi riempiono la testa con versi che non trovo quando sono sobria. Chiedo un solo verso, una sola rima, una sola parola che metta fine alla mia vita permettendomi di morire soddisfatta.
Mi autodichiaro poetessa d’onore del mio Paradiso privato, Dio della Poesia: mi siedo regina a questo banchetto offerto fra anime stanche e sanguinanti, anime evanescenti e vuote dagli occhi vitrei pieni di nulla che fissano l’infinito di un bicchiere davanti a sé, senza rendersi conto di aver già raggiunto il fondo.
Ritorno al tavolo; Fabrice sta fumando oppio e sento il suo cuore ancora più lontano di prima. Ma. ri. to. L’unica cosa che mi lega a lui è questa parola senza nessuna musicalità che mi torna in mente ogni volta che il disgusto prende il sopravvento sulla ragione. Questa e ancora un vago senso di riconoscenza per quella bella illusione.
Volute di fumo che salgono piano. Ancora un sorso. Arabeschi fatati che si rincorrono nell’aria.
Morente. Triste e morente, come vita. Un lento tramonto che affogo nel liquore, ogni volta che mi compatisco da sola.
Così ci provo anche stasera, a cercare nello stordimento la mia forma di antidoto al dolore, a dimenticare di essere foglia morta tra le mille che vorticano nel vento, ad ignorare che non ho più un briciolo di anima; Splendore che non sono più, che non sono mai stata. Fede che se ne va e non resta che questo lento e patetico morire ogni giorno a colpi di piccoli suicidi silenziosi e comuni.
E così, ci provo anche stasera, ad annullare la mia vita.

 

Ringraziamenti:
Grazie a Nisi, per la splendida idea e per avermi fatto da beta, grazie ai The Velvet Underground, grazie a mia madre per i nomi francesi e grazie ad Edgar Degas.