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CHARIS HARKER
iscritto dal: 11/03/2008
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Absinthe – Dei tramonti e della noia
Un bicchiere di liquore verde e la noia di una vita intera.
Categoria: Originali
Genere: Introspettivo
Rating: VM14

Il Suono del Flauto
"Avrebbe suonato per incantare la morte. Avrebbe suonato per sedurre la morte. Avrebbe suonato per sconfiggere la morte."
Categoria: Originali
Genere: Horror
Rating: VM14

Tredici autunni
Tredici autunni sono passati e si compie una vendetta, che metterà in moto meccanismi tanto antichi quanto crudeli.
Categoria: Originali
Genere: Horror
Rating: VM14

Il giorno in cui il mondo andò via
Nessuno poteva fermarlo, perché non era rimasto più nessuno con lui. Perché quel giorno il mondo intero era andato via.
Categoria: Fanfiction
Fandom: Harry Potter
Rating: VM14



Anonima Autori, (c) DK86, Jean Genie, Nisi Corvonero, Reader Not Viewer.
Layout di Lan Awn Shee.
L'immagine usata per il layout è di Rain.
L'immagine usata per la categoria è di CBS.
I personaggi e le situazioni presenti in questa storia appartengono a Donald P. Bellisario, Don McGill e a chi ne detiene i diritti. L'autore non scrive a scopo di lucro e nessuna violazione del copyright è intesa.
Per citare, riprendere, tradurre questa storia, in parte o in toto, occorre l'esplicito permesso dell'autore.
Il sito non è responsabile degli scritti che contiene, né dei loro contenuti. Anonima Autori non ha fini di lucro.

 

L'ago della bilancia

 

 

NOTE: Grazie mille a Reader Not Viewer per aver corretto questa storia, che ha partecipato alla prima sfida indetta dall'Anonima Autori, con Ziva David che si trova ad essere l'ago della bilancia.


"No, pivello!"
L'urlo riscosse l'agente Ziva David, tranquillamente immersa fino a quel momento in alcune ricerche al computer; si girò, per metà divertita e per metà scocciata.
"Che succede, Tony?" domandò, rivolta al proprio collega di lavoro che giusto un attimo prima l'aveva distratta dalle sue indagini con quel "no, pivello!", pronunciato con un tono un po' disperato e un po' autoritario.
"Succede che il qui presente Timothy McGee" pronunciò queste parole accompagnandole con un gesto lento del braccio, per indicare il diretto interessato "si è dimenticato la nostra colazione, nonché il caffè del capo, nonostante io gliel'abbia sentitamente ricordata più di una volta, ieri sera."
"Ah, capisco…" Ziva guardò con un'espressione di finta compassione McGee, che stava immobile come una statua con aria contrita, aspettando il momento opportuno per ribattere alle accuse di Tony.
"Se mi permetti di parlare, Tony, ti ricordo che ieri sera ti sei limitato a decidere che d'ora in poi, per evitare ogni possibile complicazione, si sarebbero svolti dei turni, di una settimana di durata, in cui ognuno di noi tre si sarebbe occupato di portare la nostra colazione e il caffé di Gibbs. Non hai affatto specificato che il primo turno sarebbe stato assegnato a me."
"Ma, McGee… era ovvio!" l'espressione di Tony sfiorava lo sconvolto "TU sei il pivello, TU inizi qualsiasi turno si decida di fare!"
Ziva rideva sotto i baffi.
"Tony, non è affatto ovvio! Oramai è un po' che lavoro qui, perché sono sempre io il pivello, quello che deve fare tutto per primo?"
"Ma perché sei l'ultimo arrivato! Finché non arriverà nessuno dopo di te, tu sarai il nostro pivello."
"Logico." commentò la ragazza.
"Beh, non vorrei offendere il vostro acume, ma mi sembra evidente che lei è arrivata dopo di me." disse, indicando Ziva.
"McGee, non ricominciamo con questa storia, lei è del Mossad, non è che faccia proprio parte dell'NCIS…" Tony si accorse che con le sue parole stava facendo arrabbiare Ziva, per cui aggiunse "E per di più, non è affatto una pivella." Le labbra della ragazza tornarono a sollevarsi in un sorriso.
"Dunque?" borbottò Timothy, visibilmente scocciato.
In quel preciso istante, la porta dell'ascensore si aprì e con passo svelto ed energico ne uscì Leroy Jethro Gibbs, il capo di quella stramba squadra dell'NCIS, composta da Ziva David, Tony DiNozzo e Timothy McGee.
"Dunque cosa?" domandò burbero, appena giunto alle scrivanie dei suoi sottoposti.
"Dunque, capo, il pivello si è dimenticato la nostra colazione e il tuo caffè, per cui io sarei dell'idea che debba allungare il suo turno di una settimana."
"Oh, concordo, DiNozzo." commentò acido Gibbs, che aveva appena appreso di essere senza il suo adorato caffè.
"Ziva… tu che ne dici?"
La ragazza si gustò il momento: il capo guardava contrariato McGee, Tony era rivolto verso di lei, speranzoso quasi quanto Timothy, che la osservava con un'espressione pietosa negli occhi.
Per un secondo o poco più, tutto era nelle sue mani.
Distese le braccia, stiracchiandosi, poi constatò a voce bassa: "Adoro essere l'amo della bilancia."
Capì di aver sbagliato qualcosa dall'espressione divertita di Tony, che la corresse: "Spero almeno che tu non vada a pescare portandoti dietro il cestino da cucito. L'ago della bilancia, Ziva, l'ago!"
"Oh, no! Ho sbagliato ancora! Ma perché avete dei modi di dire così complicati?" sbottò la ragazza, tirando pugni alla scrivania.
"E perché tu non migliori il tuo americano?" le domandò divertito Gibbs.
"Il mio americano è ottimo, grazie tante." rispose piccata, per poi aggiungere "Comunque, credo che McGee debba fare un doppio turno."
Tony alzò un braccio in alto, gridando uno stentoreo "sì!", il capo fece uno dei suoi sorrisetti sornioni e il povero McGee scosse la testa, sconsolato. Ziva sorrise, confortata internamente dal fatto che il copione era lo stesso di sempre: dopotutto, amava quella stramba squadra dell'NCIS.

"Andiamo a Baltimora, c'è un marinaio ucciso, era in congedo. Pare che ci dovremo contendere il caso con gli amici della CIA…" annunciò Gibbs quando le acque si furono calmate.
"Perché la CIA? Non hai detto che si tratta di un marinaio?" domandò pronta Ziva.
"Sì, ma pare che loro indagassero da prima di noi, per motivi di sicurezza nazionale. Il direttore non mi ha voluto dire di più; dobbiamo solo andare lì, cercare di arrivare per primi, acciuffare il morto e scappare. Se non ci sarà possibile, spiegare alla CIA che, essendo un marinaio, il caso è nostro comunque, e che se vogliono salvaguardare la sicurezza nazionale, farebbero meglio ad aprire i loro archivi anche a noi, invece di protestare."
"Ottimo piano, capo!" commentò Tony.
"Sicurezza nazionale? Il marinaio… era una spia? Un traditore?" chiese invece Ziva.
"L'ho già detto: non so altro. Se vuoi altre informazioni, vai a parlare col tuo amato direttore Jenny Shepard!" col solito tono burbero, Gibbs lanciò la sua frecciatina: gli scottava ancora che più di una volta Ziva avesse riferito al direttore, o meglio alla direttrice, informazioni che lui non voleva uscissero dalla squadra.
Ziva reclinò la testa, rinunciando a saperne di più sul marinaio ucciso; intanto preparando le sue cose sentiva Tony che commentava esaltato "Baltimora! C'ho lavorato per quasi due anni, nella omicidi! Gran bel posto! E sapessi le ragazze, pivello!".

Baltimora aveva un cielo gonfio e livido, pesante come piombo e carico di pioggia, che li guardava immemore di un dio che forse un tempo l'aveva abitato. Ziva David si strinse nel cappotto di lana grezza, infreddolita, rimpiangendo un poco le torride distese della Palestina che il caldo rendeva evanescenti e bagnate alla vista.
Entrarono in una casa semplice, con quattro o cinque appartamenti ed un piccolo giardino mal curato che accoglieva solo erbacce e qualche alberello, scheletrico nel vento invernale.
Subito dopo aver varcato la soglia d'ingresso del sottotenente ucciso, di nome Albert Williamson, videro il suo corpo. Stava disteso sul pavimento a faccia in su, con gli occhi sgranati e increduli davanti alla morte, le braccia lungo i fianchi e le gambe distese, una grossa voragine di carne, ossa e materia celebrale che spaccava a metà il profilo della testa, proprio sopra la fronte. Stavano zitti e osservavano il cadavere, come ad attendere risposte. "Era una spia? Qualcuno l'aveva scoperto e ucciso? Un litigio passionale? Non pagava l'affitto? Aveva scoperto cose che non doveva su qualcuno di importante?".
Cento erano le alternative che si affollavano nella testa di ognuno di loro e li scoraggiavano ad iniziare un lavoro, che li avrebbe portati a capire quale di quelle domande fosse quella giusta, e soprattutto quale la conseguente risposta. Assorti, non si accorsero del medico legale Ducky Mallard, entrato nell'appartamento con al seguito il suo assistente, che trascinava faticosamente la grossa borsa del dottore.
"Non so voi, ma io direi morte per un forte colpo alla testa dovuto ad un corpo contundente." commentò divertito il medico.
"Ducky! Ci hai spaventato!" esclamò McGee, riscuotendosi, come gli altri, da quello strano momento di raccoglimento.
"Io? Invece dovrebbe essere lui a spaventarvi…" con un gesto indicò il cadavere "Per secoli e secoli si è creduto che i morti di morte violenta non morissero veramente e ritornassero ad importunare i vivi. Quand'ero piccolo, in Scozia, ogni posto era pieno di leggende del genere. Pensate, una volta incontrai una ragazza molto carina e moderna, che tuttavia pur di non dover…"
"Ducky." Sillabò Gibbs per fermare quello che sarebbe sicuramente stato un lunghissimo racconto.
"Oh, come volete, ve lo racconterò un'altra volta. O magari lo racconterò proprio a lui. Allora, cosa abbiamo… Beh, la causa della morte mi sembra a dir poco lampante, ma aspetterò l'autopsia per dirvi qualcosa di più preciso. Il colpo sembra uno solo e gli ha sicuramente fracassato il cranio velocemente: perlomeno non ha sofferto molto." Intanto armeggiava intorno al cadavere per esaminarlo e per misurare la temperatura del fegato "Ok, dev'essere morto fra le otto e le dieci ore fa… Il rigor è già iniziato." Così dicendo, prese le mani del sottotenente per far vedere che erano contratte in una morsa difficilmente districabile "Oh, ma cosa abbiamo! Il sottotenente Williamson ci ha lasciato un piccolo regalino…"
Il dottore prese una pinza e cercò di estrarre qualcosa di piccolo e nero che il morto stringeva nella mano destra; dopo qualche tentativo, la morsa si allentò e il medico mostrò agli altri un piccolo tappo, che Ziva si affrettò a imbustare.
"Sembrerebbe il tappo di una penna USB che il morto stringeva in mano e che l'assassino deve avergli strappato a forza. Bene, almeno sappiamo dove cercare… Tony, prendi il computer del sottotenente e portalo ad Abby. Ziva, McGee, con me ad ispezionare la casa." ordinò secco Gibbs. Tutti si misero al lavoro di buona lena, tranne Tony, che protestò non poco mentre imbustava il voluminoso quanto vecchio computer del tenente per poterlo trasportare fino al seminterrato dell'NCIS, dove lavorava Abby Sciutto, la loro fedele esperta di informatica che svolgeva anche tutte le analisi necessarie sulle prove. Grazie al suo prezioso contributo, la squadra evitava di allungare la trafila burocratica passando attraverso la Polizia Scientifica. Dopo due ore e mezza di intenso lavoro, i componenti dell'NCIS erano riusciti a trovare solo qualche yogurt scaduto e un dubbio gusto in fatto di arredamento. Fu proprio mentre se ne stavano per andare che il profilo di Fornell, agente speciale della CIA, varcò il vano porta.
Gibbs nascose un sorrisetto, preparandosi allo scontro inevitabile.
"Gibbs, non ci dovrebbe essere un cadavere, qui?" domandò laconico Fornell.
"No, Fornell. Il cadavere del sottotenente Williamson dovrebbe essere nella sala autopsie dell'NCIS, dove probabilmente ora è." ribatté altrettanto laconico il capo della squadra.
"Il sottotenente" Fornell pronunciò la parola con evidente astio "era tenuto sotto controllo da noi per ragioni che, come puoi immaginare, non possiamo divulgare a nessuno. Per cui sarebbe ragionevole se sulla sua morte indagassimo noi."
"Oh, avanti, Tobias: ci vuole un po' di collaborazione!"
Tobias Fornell soffiò, contrariato, poi fece qualche passo in direzione di Gibbs, fino a trovarsi proprio accanto all'altro.
"Gibbs, domani verrò all'NCIS."
Detto questo, girò sui tacchi e se ne andò, seguito dai suoi uomini; Gibbs sorrise soddisfatto: sapeva che ciò voleva dire che Fornell era disposto a lasciargli il caso e probabilmente anche a passargli informazioni sul perché la CIA stesse indagando su Albert Williamson e su quello che aveva scoperto.
"Bene, possiamo tornare all'NCIS. Forza."

Il mattino seguente, Ziva David era già tornata dalla sua chiacchierata con Abby Sciutto, che aveva lavorato tutta la notte sul computer del morto, senza tuttavia trovarvi alcuna traccia utile per proseguire l'indagine. Non avevano prove, non avevano sospettati, non avevano un movente. Non avevano nulla. Fissò il volto serio di Tony, che alla scrivania dirimpetto alla sua stava eseguendo alcune ricerche sul conto in banca del sottotenente, ma dall'espressione corrucciata capì, senza doverglielo chiedere, che neanche lui stava trovando qualcosa. McGee era andato a parlare con i famigliari della vittima, nella vana speranza che l'assassino fosse un pazzo sclerotico e che avesse fatto sapere a tutto il parentado che aveva intenzione di uccidere Williamson.
Quando Gibbs entrò, deciso ed energico come tutte le mattine, le ordinò di andare da Ducky a prendere il referto dell'autopsia, poi scomparve veloce nella porta che conduceva all'ufficio del direttore.
Ziva non si aspettava nulla di buono. Chissà se almeno Fornell aveva intenzione di aiutarli…
Verso le dieci, l'agente della CIA varcò il vano dell'ascensore, bloccò il sensore che impediva il richiudersi delle porte con un piede e fece cenno a Gibbs di seguirlo.
Una volta che furono dentro l'abitacolo, Fornell schiacciò il tasto che permetteva di bloccare l'ascensore.
"Bene, Jethro, eccoci nella nostra sala riunioni."
"Il posto più sicuro di tutti gli uffici investigativi messi insieme."
"Ma non siamo qui per parlare di questo, giusto?"
"Non saprei, Tobias, questo me lo dovresti dire tu…"
"Andiamo, Jethro. Che cosa vuoi sapere?"
"Intanto, perché per una volta tanto sembri così disposto a collaborare."
"Jethro! Io ti ho sempre aiutato."
Gibbs lanciò all'amico un'occhiata oblunga, densa di significati, poi continuò:
"Non abbiamo indizi. L'assassino deve essere uno in gamba, non abbiamo trovato assolutamente nulla."
"Questa non è una domanda."
La seconda occhiata di Gibbs fu più malevola.
"Fornell, perché stavate indagando sul sottotenente? Di che cosa era sospettato?"
"Questo lo scoprirai da solo. La verità è che non possiamo condurre noi l'indagine perché… ecco, i nostri uomini non sono adatti. Mi fido di te e della tua squadra, avete sempre fatto un buon lavoro. Ma purtroppo non posso neanche darti informazioni sulla nostra indagine, credimi, ho le mani legate."
"Che cosa intendi dire?"
Fornell sospirò: "Può darsi che ti venga utile l'esperienza dell'agente David."
"Più che aver le mani legate, mi sembri imbavagliato."
"In effetti non hai torto… Però in qualcosa posso esserti utile: tieni." Così dicendo porse un biglietto a Gibbs. Egli lo prese, senza aprirlo, e premette il tasto per sbloccare l'ascensore, poi uscì. Prima che le porte si richiudessero, si voltò e disse "Grazie, Tobias".
"Di nulla" rispose Fornell, prima di essere inghiottito dalla lamina argentata.

Tornato alla propria scrivania, aprì il pezzo di carta: sopra vi era segnato solo un nome, Afaf Barad.
"Ziva… ti dice niente Afaf Barad?" domandò.
"Afaf Barad? Chi è? Comunque no, è un nome talmente comune…"
"Cerchiamola. Portiamola qui. È la nostra unica pista."
"È una terrorista?"
"Che cosa te lo fa credere?"
"Beh, Williamson era tenuto sotto controllo dall'FBI, l'unico indizio che ti lascia Fornell è il nome di una donna araba…" cercò di spiegarsi Ziva.
"Oh, ma certo!" intervenne Tony "Se è araba, sicuramente è una terrorista!"
Ziva scattò come un serpente: "Non ho detto questo! Ho detto solo che, forse, se il nostro cadavere era controllato dalla CIA un motivo ci sarà! Non abbiamo forse parlato di problemi di sicurezza nazionale? Un attacco terroristico è o no un problema di sicurezza nazionale? O preferisci non andare a prendere Afaf, per non comportarti da razzista?"
"Non ho detto questo, Ziva. Ti faccio solo notare che ti lasci un po' troppo andare ai pregiudizi, in alcune occasioni."
"Ho lavorato nel Mossad, TU non hai idea di quanti attacchi terroristici ci tocca fermare! Non si tratta di pregiudizi!"
"Ma certo! Allora vuoi che appena venga fatto il tuo nome io chieda se per caso uccidi bambini?"
"O, andiamo, Tony, quelli sono pregiudizi medioevali!"
"Che non vi hanno certo reso un bel servigio nel secolo scorso!"
L'ultima battuta ferì Ziva.
"Queste sono solo fandonie! Spauracchi! Non essere idiota!"
"E forse questi sono gli spauracchi del nostro secolo." commentò amaro DiNozzo.
Ziva si morse sulla lingua l'ultima risposta e decise di rimandare la discussione ad un altro momento.
Insieme, si avviarono a trovare la misteriosa Afaf Barad, unica pista che potevano seguire.

"Parla!"
La donna, Afaf Barad, si ritrasse spaventata dal tavolo della sala interrogatori.
"Parla, per Dio!"
"Le ho già detto che non so nulla!"
Dietro il vetro, Gibbs fece una smorfia.
"Non dirà nulla." fece notare Tony.
"Proprio per questo ho affidato l'interrogatorio a Ziva."
"Capo, le ricordo che in questo paese la tortura non è legale."
"Lo so bene, Tony, e lungi da me l'idea di far torturare una donna probabilmente innocente." rispose piccato.
"E allora? Se non parla cosa facciamo? Non abbiamo prove, nemmeno l'autopsia ha rivelato qualcosa di utile."
"Non lo so, Tony, diavolo, non lo so!" La rabbia e la frustrazione di Gibbs aumentavano pari passo con quelle di Ziva, impegnata oramai da più di trenta minuti in un interrogatorio che non portava da nessuna parte.
In confronto, era stato facile trovare Afaf Barad, giovane iraniana emigrata anni prima negli USA, che lavorava in un negozio vicino all'abitazione di Williamson e che sembrava a tutti gli effetti un'onesta cittadina. Tuttavia, perché Fornell aveva fornito proprio il suo nome?
"Senti, Afaf, non sei accusata di nulla, ti abbiamo portata qui solo per fare una chiacchierata" se Ziva stava provando con le maniere dolci, doveva essere davvero un caso disperato "quindi perché non ci racconti in che rapporti eravate tu e il sottotenente Williamson?"
"Gliel'ho già detto mille volte! Il signor Albert veniva a fare la spesa una volta a settimana, tutto qui!"
Ziva si voltò verso il vetro, frustata e sconsolata, fece un gesto verso i propri colleghi come a dire "non riesco a cavarne proprio nulla", ma poi un lampo quasi malizioso le illuminò gli occhi. Si girò nuovamente verso la giovane donna.
"Afaf, se non hai nulla da nascondere, non avrai niente in contrario a farci vedere un po' casa tua, no?" Il tono di Ziva era suadente quanto quello di un serpente a sonagli.
La donna parve improvvisamente agitarsi: "No, perché!? Ve l'ho detto, non so nulla di questa faccenda, perché dovete venire a frugare dentro casa mia?"
"Se non c'entri, non troveremo nulla di pericoloso. Quindi, perché non vuoi?" Il tono di voce dell'agente rasentava la minaccia, ma stranamente la donna parve calmarsi un poco.
"Avete bisogno di un mandato per ispezionare la casa di qualcuno."
"Ma quale mandato! Apri gli occhi, Afaf! Sei coinvolta in un caso di sicurezza nazionale, secondo te ci fermeremo davanti ad una porta chiusa? I miei colleghi probabilmente saranno già pronti, basterà andare a casa tua, crivellare di colpi la porta e ispezionare dove vogliamo!"
L'aveva sparata grossa, ma le sue bugie non erano dettate dalla foga, Ziva David non faceva mai nulla in base al puro istinto: sperava di spaventare la donna, per convincerla a far loro visitare la propria casa, altrimenti, nessun giudice avrebbe mai concesso un mandato. Se ciò non fosse accaduto, non era comunque da escludere che, con un capo come Gibbs, non si potesse infrangere qualche regola, insieme alla porta di casa Barad.
"Va bene, va bene!" gridò Afaf, in preda ad una forte agitazione "Vi dirò quello che so, ma è poco!"
"Racconta." ordinò fredda Ziva.

Ziva, McGee, Tony e Gibbs stavano guidando verso l'abitazione di Barad. Durante l'interrogatorio, Ziva aveva scoperto che la donna faceva da collegamento tra il sottotenente Williamson e il fratello Hatim, che da qualche anno si era aggregato ad una delle molte cellule terroristiche e aveva convinto non si sa come anche Williamson a partecipare. Perché il sottotenente odiasse gli Stati Uniti Afaf non l'aveva saputo dire, ma all'NCIS avevano scoperto che il fratello di Williamson, anch'egli arruolato in Marina, era stato ucciso in una missione organizzata particolarmente male in Iraq, durante la prima Guerra del Golfo. Se il sottotenente aveva covato vendetta per tutti quegli anni, Hatim Barad gli doveva esser parso un angelo del cielo, una Nemesi dai tratti scuri e dall'accento straniero.
Williamson era riuscito ad avere alcune informazioni da un suo amico che lavorava in un'equipe che si occupava della costruzione di un nuovo sottomarino, e lentamente lui e Hatim avevano incominciato a tessere il loro piano, di cui l'esplosione del sommergibile sarebbe stato solo il primo tassello. Quasi non si riusciva a credere che il corpo morto che in apparenza era di un bravo soldato degli Stati Uniti fosse in realtà quello di un folle.
Questo era tutto quello che Afaf sapeva o immaginava, dove la certezza sfumava nelle cose non dette del fratello.
Evidentemente, il sottotenente si doveva essere ritirato all'ultimo momento, e per questo era stato ucciso da Hatim o da qualcun altro del gruppo, che era riuscito a strappargli le ultime informazioni, contenute nella penna USB di cui i membri della squadra, purtroppo, avevano solo il tappo.
Fortunatamente, grazie alle conoscenze del direttore, erano riusciti a sapere che il nuovo sottomarino era quasi pronto e che l'inaugurazione si sarebbe svolta da lì a pochi giorni a Philadelphia: sarebbero stati presenti un sacco di pezzi grossi.
Ziva, persa nei propri pensieri, si trovò quasi ad ammirare la lucida freddezza del terrorista che, figlia della rabbia e della follia, conduceva a stragi tanto crudeli quanto perfette. Era quello lo spettacolo quotidiano contro cui era stata addestrata a combattere, lo spettacolo che troppo spesso si era presentato ai suoi occhi di israeliana.
Finalmente arrivarono all'abitazione di Afaf ed entrarono; tutto sembrava tranquillo e, come aveva detto la donna, sembrava che non ci fosse nessuno in casa. Incominciarono comunque cauti l'ispezione, quando videro un bagliore azzurrino provenire da una delle camere da letto. Si precipitarono e videro che un giovane adulto insieme ad un ragazzo di circa sedici o diciassette anni stavano davanti ad un computer. Il più adulto si voltò di scatto, e appena li vide un sorriso gli comparve sul volto.
"Così mi avete trovato." commentò semplicemente.
"Hatim Barad?" chiese burbero Gibbs.
"In persona, signore."
"E il ragazzo?"
"Il figlio della mia amata sorella, Aziz."
A quelle parole anche il ragazzo si voltò, con un'espressione fiera dipinta in viso.
"Hatim Barad, sei in arresto." Gibbs intanto si avvicinava, tenendo la propria arma ben sollevata davanti a sé.
Con un gesto fulmineo il terrorista prese una pistola dalla giacca e incominciò a sparare: prima alla finestra, che cadde addosso a Gibbs, poi a Tony, che colpì ad una gamba, infine scappò veloce come il vento attraverso il varco che si era aperto. Ziva si stava per precipitare ad inseguirlo, ma Gibbs le ordinò secco: "A lui ci penso io. McGee, occupati di Tony. Tu occupati del ragazzo!"
Il giovane Aziz stava infatti scappando dalla finestra andata in frantumi, portandosi dietro il portatile su cui al loro arrivo stava lavorando insieme allo zio.
Velocissima, con un balzo Ziva superò la finestra e puntò la pistola verso il ragazzo, che scappava attraverso il giardino.
"Fermo o sparo!"
Aziz si fermò e si girò verso di lei, sembrava terrorizzato, euforico e fiero allo stesso tempo.
"Dammi il portatile."
"Scordatelo!"
"Aziz, non sei un terrorista, adesso posa quel computer e puoi cambiare tutto."
"No."
In quel semplice monosillabo e negli occhi di Aziz Ziva leggeva un mondo, un mondo che odiava e che la tormentava, un universo che la disprezzava e che lei combatteva.
Ziva sospirò. Il ragazzo sembrava ostinato, sia nel non volerle rendere il pc, in cui probabilmente c'erano le ultime informazioni necessarie all'attentato, sia nel proseguire sulla strada del sangue e della follia.
"Aziz, pensaci: se non mi ridai quel computer, ti sparo."
Il messaggio le pareva chiaro mentre ascoltava la sua voce ferma pronunciare quelle parole, eppure il ragazzo rimaneva ostinato: si poteva davvero voler morire a diciassette anni? Di colpo, senza che lei volesse, il pensiero di sua sorella Tali, uccisa a sedici anni in un attacco kamikaze, le si insinuò nella mente. In guerra, in Palestina, si moriva e si uccideva anche a quell'età. Ma quella era l'America, anche se stava lentamente diventando una terra avvelenata molto simile ai tetri scenari che era abituava a conoscere: poteva davvero sparare ad un ragazzino solo perché teneva in mano un computer? Ma il rischio era troppo grosso. Se l'avesse inseguito, forse il ragazzo avrebbe avuto il modo di far pervenire le informazioni ad altri, e tutta la loro fatica sarebbe andata sprecata. Di colpo si trovò nuovamente invischiata nella viscida sensazione di dover decidere il destino di un uomo. L'aveva fatto tante volte, di solito le dava un senso di potenza, ora però sparare le sembrava un gesto da vigliacchi. Che la bilancia di cui lei era l'ago fosse truccata? Il dubbio generò adrenalina: doveva sparare. Per tutti i soldati e i civili che si sarebbero trovati all'inaugurazione del sottomarino. Doveva sparare perché era un agente del Mossad, ed era suo dovere prevenire gli attacchi terroristici. Il ragazzo, vedendo che esitava, fece un passo indietro. Ziva non poteva aspettare: ancora un secondo e si sarebbe voltato per fuggire. Non adorava più essere l'ago della bilancia.
Sparò dritto davanti a sé.

Tony rinvenne lentamente, sdraiato sull'erba fuori dalla casa di Afaf: il proiettile gli aveva trapassato la coscia e sentiva di aver perso molto sangue. Confuso, sentì l'autoambulanza arrivare, ma quando cercò di alzare la testa per guardare vide due mezzi.
"Pivello… vedo doppio." riuscì a mormorare.
"Perché, Tony? Cosa vedi?" McGee era preoccupatissimo per il suo collega.
"Vedo due autoambulanze."
"Oh, mi hai fatto prendere un colpo! Ci sono due autoambulanze: una per te, una per Aziz."
"Che cosa gli è successo?" Ogni parola gli risultava difficile, ma voleva sapere.
"Ziva gli ha sparato alla spalla ed è riuscita a recuperare il computer. L'attentato non ci sarà. Gibbs ha preso Hatim, l'hanno già condotto alla Centrale."
"Bene." bisbigliò Tony, e prima di richiudere gli occhi scorse Ziva, con il portatile sotto il braccio, che camminava verso di loro e fissava stupefatta la pistola che teneva in mano, con le labbra contratte in una smorfia contrita.
Tony sorrise.