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CHARIS HARKER
iscritto dal: 11/03/2008
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Absinthe – Dei tramonti e della noia
Un bicchiere di liquore verde e la noia di una vita intera.
Categoria: Originali
Genere: Introspettivo
Rating: VM14

Il Suono del Flauto
"Avrebbe suonato per incantare la morte. Avrebbe suonato per sedurre la morte. Avrebbe suonato per sconfiggere la morte."
Categoria: Originali
Genere: Horror
Rating: VM14

Tredici autunni
Tredici autunni sono passati e si compie una vendetta, che metterà in moto meccanismi tanto antichi quanto crudeli.
Categoria: Originali
Genere: Horror
Rating: VM14

L'ago della bilancia
"Ma quella era l'America, anche se stava lentamente diventando una terra avvelenata molto simile ai tetri scenari che era abituava a conoscere: poteva davvero sparare ad un ragazzino solo perché teneva in mano un computer?" Ziva David è l'ago della bilancia: da che parte penderà?
Categoria: Fanfiction
Fandom: NCIS
Rating: VM14



Anonima Autori, (c) DK86, Jean Genie, Nisi Corvonero, Reader Not Viewer.
Layout di Lan Awn Shee.
L'immagine usata per il layout è di Rain.
L'immagine usata per la categoria è di Warner Bros.
I personaggi e le situazioni presenti in questa storia appartengono a J.K. Rowling e a chi ne detiene i diritti. L'autore non scrive a scopo di lucro e nessuna violazione del copyright è intesa.
Per citare, riprendere, tradurre questa storia, in parte o in toto, occorre l'esplicito permesso dell'autore.
Il sito non è responsabile degli scritti che contiene, né dei loro contenuti. Anonima Autori non ha fini di lucro.

 

Il giorno in cui il mondo andò via

 

 

Consiglio d'ascolto: The day the world went away dei Nine Inch Nails

 

“There is a place that still remains
it eats the fear it eats the pain
the sweetest price he'll have to pay
the day the whole world went away.”


(Esiste un luogo che ancora rimane,
mangia la paura, mangia il dolore
il prezzo più dolce che dovrà pagare
il giorno in cui il mondo intero andò via)

Nine Inch Nails, The Day The World Went Away

 

Se era così che ci sentiva, non era affatto una bella sensazione. Lentamente alzò il viso a guardare le stelle, un gesto stupido per affermare la propria libertà, quando agli astri della sua sporca e rovinata libertà non fregava proprio nulla. Si sforzò di tenere le palpebre ferme, i muscoli immobili, il mento ostinatamente rivolto verso la Via Lattea, mentre ogni singola cellula del suo corpo gli gridava di girarsi, raggomitolarsi e piangere fino all’arrivo dell’oscurità. Avvertiva con singolare nitidezza il freddo della terra sotto la sua schiena, e pensò a quanto fosse stupido starsene così sdraiato a guardare il cielo, come un qualsiasi adolescente innamorato o abbandonato, o tutte e due le cose insieme, mentre la sua ora si avvicinava sempre più. Sarebbe stato sicuramente più saggio salutare con un bacio sua madre, suo padre, perfino suo fratello, rivedere qualche luogo a lui caro, magari scrivere qualche rigo per cercare di spiegare. Magari bersi l’ultima birra.
Se era così che ci si sentiva, morire non era affatto una bella sensazione.


Parte prima: Uno sconosciuto ad un funerale qualsiasi e una lama di rimorso

L’ultima volta che lo vide era una mattina di marzo; faceva freddo e c’era la nebbia, ma questo non ha importanza.

Qualche mese prima, Grimmauld Place numero 12

“Non credi che bisognerebbe avvertirlo?” Chiese Regulus Black alla madre.
“No, non credo.” Rispose l’anziana signora, piegando le labbra sottili quel tanto da formare una smorfia di disprezzo fra le rughe del volto, come se le avessero appena fatto ingoiare una fetta di limone troppo acida.
Regulus si voltò, sforzandosi di non ridere. Stupidi, inutili, sciocchi e serpenti.
I parenti.
La situazione gli appariva più assurda del dovuto: erano tutti vestiti di nero, in lutto, un crocchio di Black attorno ad una bara situata nel bel mezzo del salotto, sul prezioso tappeto persiano di sua madre. Dentro la bara, suo padre.
Quando Orion Black passò a miglior vita alla prematura età di sessant’anni, Regulus provò il dolore necessario per stringere afflitto le mani dei parenti venuti al San Mungo appena ricevuta la triste notizia. Finita la macabra processione di persone in nero fra le pareti bianche dell’ospedale, Regulus tirò un sospiro di sollievo: ora mancava solo un funerale, ancora qualche pianto, e poi forse la vita avrebbe ricominciato il suo corso abituale, neanche troppo menomata dal passaggio della Signora con la Falce. Invece sua madre aveva voluto fare di testa sua: dal comodo e asettico obitorio dell’ospedale il corpo era stato trasportato a casa loro, dove ora faceva bella mostra di sé fra le preziose porcellane, le poltroncine in velluto e i candelabri in argento.
Toujours pur, e morire con lusso.
La fiumana di gente non accennava a diminuire: sembrava che tutta Londra fosse venuta a porgere l’ultimo saluto al defunto; vista la rilevanza della notizia, Regulus si aspettava di vedersi apparire davanti da un momento all’altro il fratello Sirius, che sua madre si era ostinata a non informare. Sulle prime, il ragazzo si era stupito di tanta crudeltà nei confronti di quello che era, in fondo, il suo primogenito, ma poi aveva lasciato che facesse di testa sua: Sirius lì dentro avrebbe solo rovinato la festa ad un po’ troppe persone. O almeno era quello che cercava di ripetersi, mentre con rimorso adocchiava nervoso la sagoma della porta d’ingresso.
D’improvviso si sentì toccare gentilmente sulla spalla: Lucius Malfoy. Si girò con estrema fatica, non particolarmente contento di dover sostenere una conversazione con quello sguardo di ghiaccio puntato addosso.
Ma lo scambio di convenevoli, invece, fu straordinariamente breve:
“Hai visto chi è arrivato, Regulus?” Sussurrò l’uomo, con una nota d’ironia nella voce.
Detto questo, il biondissimo, ricchissimo e potentissimo Malfoy ritornò su i suoi passi, raggiungendo la giovane moglie Narcissa.
Regulus al contrario rimase di sasso.
Sirius.
Come aveva fatto.
Non entrare, non entrare, non entrare, scappa.
Ad entrare.
Si muoveva con grazia fra i mobili di quella che un tempo era stata la sua casa, incurante delle strane figurine ammantate di nero che gli giravano intorno, cercando di evitarlo. Prima che gli occhi di tutti si posassero sul suo viso, Sirius fece in tempo a cogliere lo sguardo a metà fra il terrorizzato e il riconoscente del fratello minore. Quasi come se stesse partecipando ad una particolare Danse Macabre.
Regulus non osava muoversi, come se fosse stato lui, con i suoi stupidi rimorsi, a far arrivare lì Sirius.
La madre non gridò. Non sarebbe stato decoroso.
Tuttavia il suo sguardo bastò a bloccare quei passi lunghi ed eleganti.
Fermo un passo prima di camminare sul prezioso e consunto tappeto su cui poggiava il feretro, Sirius lanciò un’occhiata all’interno della bara. Forse qualcuno avrebbe detto che le sue palpebre si chiusero per un attimo per evitare di guardare il cadavere del padre. Ma Regulus conosceva suo fratello, nonostante fossero così diversi, così lontani, nonostante tutto quanto: quello era il gesto che faceva per distogliere lo sguardo da qualcosa che gli dava enormemente fastidio, che lo disgustava.
E Regulus sapeva ciò perché era lo sguardo con cui lo aveva guardato per quindici anni.
Lentamente, nel silenzio più totale, Sirius ritornò sui suoi passi, evitando accuratamente di incrociare gli altri invitati. O sarebbe bastato dire “gli altri”.
Prima di arrivare alla porta dovette passare davanti a Regulus; nel mentre il gruppo più lontano di persone aveva già ricominciato a parlare.
“Ciao.” Mormorò il minore in un soffio.
L’altro ricambiò con un gesto veloce della mano destra.
Poi, stranamente, si fermò.
“Immagino tu voglia sapere perché sono qui.” Disse.
“No, non è necessario. Come puoi vedere, la festa va avanti anche senza di te.”
L’ombra amara di un sorriso si dipinse sul volto di Sirius.
“Mi hanno detto che finalmente hai fatto il grande passo.” Il tono canzonatorio nella sua voce non piacque per niente a Regulus.
“Di che stai parlando?”
“Come di che sto parlando? Andiamo, fratellino… Lo sanno tutti che qui ti considerano il loro eroe perché finalmente sei diventato un assassino.” Sputò l’ultima parola con tanta forza che il fratello poté quasi avvertire la nube di disprezzo che si abbatteva su di lui.
Regulus chinò la testa, guardando ostinatamente il pavimento, vergognandosi di se stesso.
“Almeno io ho un posto dove stare.” Ribatté, cercando inutilmente di eguagliare la sicurezza che traspariva dalle parole di Sirius.
“Ti sbagli, fratellino,” continuò l’altro con tono beffardo “la guerra è iniziata, e tutti noi abbiamo un posto dove stare, che lo vogliamo o no; nel nostro caso io da una parte e tu dall’altra.”
Detto questo si girò di scatto e varcò la porta in un lampo, scomparendo per sempre dalla vita di Regulus.
L’ultima volta che lo vide era una mattinata di marzo; faceva freddo e c’era la nebbia, ma questo non ha importanza, perché a Londra c’è sempre freddo e c’è sempre la nebbia, come i loro cuori desolati, lasciati soli, fuori, nel buio a rabbrividire.
Regulus tornò in camera sua più veloce che poté dopo l’incontro con il fratello. Non gli importava nulla di quello sciocco funerale, non gli importava nulla di dire addio a suo padre: tanto, da dov’era non poteva sentire nessuno! E non aveva voglia di gridare, non più. Addio, papà.
Chiuse la porta sbattendola, poi si accasciò a terra, appoggiato contro il letto, esausto.
L’eternità venne e passò.
Poi di colpo si tirò su la manica sinistra: il Marchio sembrava risplendere nell’oscurità più di quanto facesse sotto i raggi del sole. Era nero, era marcio, e gli stava divorando il braccio.
Era marcio.
Era il suo marcio.
Era quello che era, e le parole del fratello tornarono a risuonargli in testa: “assassino”.
Si raggomitolò sul pavimento, aspettando che arrivasse l’oscurità. Ma non arrivò. Solo quelle lame di rimorso che gli si conficcavano nello stomaco e lo lasciavano senza respiro. Solo la sensazione di avere appena preso il bivio sbagliato, da cui non si sarebbe più potuto tornare indietro. E allora, perché tutto questo dopo cinque mesi dalla sua Marchiatura?
Erano la sua famiglia.
Piano piano il cuore smise di pulsare così velocemente, gli incubi ridiventarono certezze, le stesse solide certezze che lo avevano spinto a guardare dritto e a lungo quegli occhi color rubino.
Era di nuovo tutto normale.
Era stata solo colpa di Sirius, che sembrava così sicuro e così felice, anche se era un reietto, anche se viveva in mezzo a luridi Sanguesporco.
Mentiva, ovviamente.


Parte seconda: Una macchia rossa, un fiore spezzato ed alcune spine

La mattina dopo si alzò più presto di tutti gli altri, si lavò in fretta e furia: aveva urgente bisogno di vedere sua cugina Bellatrix. Il funerale era stato programmato per il giorno seguente: aveva tutto il tempo che voleva.
Quando bussò alla porta di Bellatrix e lei gli venne ad aprire, lamentandosi dell’ora mattiniera, nonostante fosse perfettamente vestita e sembrasse sveglia da ore, Regulus si sentì così felice che le sarebbe saltato al collo.
Un gesto assolutamente da evitare, a meno che non si desiderasse ricevere immediatamente una Cruciatus.
“Che cosa vuoi?” Chiese secca, evidentemente scocciata da quella visita.
“Disturbo?”
“No, sei solo particolarmente in anticipo.”
Regulus restò spiazzato: in anticipo per cosa?
“Non te l’ha detto nessuno?” La donna sollevò un sopracciglio, perplessa.
“N-no.”
“Oh, bene. Entra.” Secca e tagliente. Si fece da parte per farlo entrare e mentre entrambi raggiungevano il salotto, riprese a parlare: “C’è una riunione in programma per oggi, qui a casa mia. Solo che è per le dieci. Lucius non ti ha detto niente?”
Un’altra risposta negativa da parte di Regulus.
“Non è pericoloso farla proprio qui?”
“Se è pericoloso, meglio. Oh, bè, fa niente: tanto sei già qui. Vedrai, ci sarà da divertirsi…” Bellatrix sogghignò, e questo non piacque per niente al cugino.
Si vociferava che sua cugina fosse pazza, completamente andata nella sua Magia Nera, innamorata persa del credo dell’Oscuro Sire. Ma quelle erano solo voci, mentre egli sapeva che quelle macabre chiacchiere erano verità.
La sua figura austera ed elegante si muoveva a grandi passi per la stanza, eccitata dalla prospettiva dell’imminente riunione, continuava a spostare oggetti da una parte all’altra senza nessuna apparente ragione, parlava infervorata, gesticolando e muovendo le braccia in ampi movimenti sempre più frenetici mano a mano che veniva presa sempre più dal suo discorso.
Regulus provò ad ascoltarla per circa dieci minuti, poi le parole di lei persero ogni significato ed in esse egli riusciva a trovare solo la foga della pazzia. Era dura ammetterlo, comunque. Anche se Bellatrix non gli era mai stata simpatica, anche se odiava il misto di devozione e follia che colorava le sue parole quando parlava dell’Oscuro, anche se andava orgogliosa del marchio orrendo sul suo braccio. Anche se era andato da lei perché era l’unica persona in grado di aiutarla.
Lentamente, provò a ricordare l’esatto flusso di pensieri che lo aveva portato a bussare alla porta della cugina alle sette di mattina. Ma certo. Piccoli, luridi, bastardi Sanguesporco. Questo sì che era un argomento che Bellatrix avrebbe capito, anche se le mire di Regulus non erano parlare di come fosse più comodo organizzare una caccia oppure se altre torture più innovative fossero da preferire alla Cruciatus: Regulus Black aveva una semplice, sciocca, infantile domanda. Una domanda che si era lentamente ritagliata uno spazio all’interno della sua mente in quella lunga notte, dopo che aveva visto il lampo negli occhi di Sirius.
Una domanda da nulla, giusto una di quelle che non sfigurerebbero in bocca ad un bambino.
Ma non osava ancora farla.
Bellatrix parlò e parlò per ore: evidentemente la totale assenza d’interesse del cugino non la disturbava.
Poi, finalmente, alle dieci e sette il campanello suonò.
I volti tirati ma non ancora coperti dai cappucci e dalle maschere entrarono in casa uno ad uno; Regulus quasi faticava a riconoscerli, uguali com’erano nel loro essere freddi, vuoti, perfetti. Come lame.
Nessuno si stupì della sua presenza e nessuno commentò, anche se gli sembrò di cogliere Lucius Malfoy che sussurrava a Crouch qualcosa come “È sparito prima che abbia potuto avvertirlo”. Le seguenti due ore passarono in un susseguirsi di mormorii e insulti velenosi, progetti crudeli e risate strozzate. Ma Regulus ancora non pensava a niente di tutto ciò: era ancora distratto da quella stupida domanda che gli frullava per la testa; solo quando si accorse degli occhi neri di Severus Snape che non lasciavano la sua fronte neanche per un secondo cercò di concentrarsi sulla discussione: ci mancava solo che lo si accusasse di negligenza. Ma anche quando incominciò a parlare, l’altro mago non gli levò gli occhi di dosso, e il più giovane dei Black iniziò a sentirsi agitato: quegli occhi sembravano avere il potere di leggere gli animi di chiunque. Forse era già arrivato a scoprire la sua domanda. Forse aveva anche la risposta, chissà. Tutti prima o poi, più prima che poi di solito, imparavano a non fidarsi delle apparenze per quanto riguardava Severus Snape, a non fidarsene mai: cambiava pelle, come un serpente. Sempre. E Dio solo sa che cosa nascondessero veramente quegli occhi neri, perennemente freddi.
L’argomento attuale pareva essere una caccia. L’ennesima. Regulus si sentì male.
Mentre i passi si muovevano svelti in direzione della porta, cercò di tirare da parte Bellatrix prendendola per una manica: o adesso o mai più. E fu uno sbaglio.
Gli occhi della cugina sembravano brillare di felicità, le pupille dilatate, i muscoli della faccia contratti in una specie di sorriso silenzioso e raggiante, come di chi si pregusta il proprio momento di vittoria.
La sua vittoria, la loro morte.
Il suo sorriso, le loro grida.
Il suo piacere, il loro dolore.
Un suo gesto, elegante, discreto, la loro impotenza, eterna.
Lei slanciata, loro a terra.
Per sempre.
Lei che brilla, loro nell’oscurità.
Per sempre.
Poi solo la sua risata, che riecheggia nei vuoti, nei posti bui, striscia fra piccole, dannate cose sporche.
Il rimorso.
Quelle lame.
Sangue secco.
Il suo cuore. Vuoto, di vetro.
Vendetta.
Regulus si sentì girare la testa mentre cercava di tenere lo sguardo fisso nell’abisso che riusciva a scorgere negli occhi della cugina.
“Bellatrix, ti devo fare una domanda.”
“Dimmi.” Sembrava scocciata, ma disposta a rispondere.
“Noi… siamo felici?”
“Noi?”
“Sì, noi… i seguaci dell’Oscuro.”
“Felici?”
Ci fu una pausa lunga, imbarazzata.
“Regulus, come sei giovane… che t’importa della felicità quando hai il potere?” Sorrise in un modo che probabilmente voleva essere materno, poi afferrò una rosa rossa da un vaso vicino a lei e gliela diede in mano.
“Tieni, guardala: perché è la Regina dei Fiori?”
“Perché è bella?” Rispose l’altro, senza capire il senso della domanda.
“No. Perché ha le spine. Le spine, cuginetto, capisci?”
Regulus annuì, anche se continuava a non capire, ma Bellatrix sembrava molto soddisfatta della sua piccola lezione di filosofia spicciola, per cui si diresse in gran fretta verso il cortile, cercando di raggiungere gli altri.

Era uno spiazzo assolato, quasi deserto, in cui le persone, anche se presenti, sembravano regredire allo stato di semplici ombre sotto la luce accecante di quel primo pomeriggio. Loro stavano nascosti nell’ombra, aspettando.
Poi ci fu la palla rossa che rotolava.
Rotolava, veloce, inarrestabile, sui ciottoli disuguali di quel selciato, un anonimo quartiere periferico di Londra, un palazzo qualsiasi, dei bambini che giocavano.
E Regulus continuava a pensare perché diavolo quella palla avesse così tanta importanza. Solo che rotolava. Continuava a rotolare, non sembrava mai stanca, come se il bambino che le aveva dato il calcio le avesse infuso abbastanza forza per andare avanti per sempre. Rotolava.
Se solo si fosse fermata.
Se solo avesse incontrato una buca.
Un tombino.
Un marciapiede.
Invece rotolava. Sentiva Bellatrix respirare dietro di lui, Severus nascosto nell’ombra. Solo loro tre, nell’esiguo triangolo di buio all’inizio di quel vicolo.
Se solo si fosse fermata!
Sarebbe tornato tutto a posto, Regulus avrebbe potuto porre di nuovo a Bellatrix la sua domanda, Severus avrebbe riso di lui, la luce si sarebbe fatta meno insistente e il mal di testa che gli stava spaccando il cervello in due sarebbe passato.
Ma rotolava, ancora.
Rossa, contro il grigio delle pietre.
Così rossa, impertinente, smagliante. Fuori luogo.
Ma oramai era vicina a loro. Regulus riusciva persino a scorgerne le cuciture, il logo del produttore. E ancora s’avvicinava implacabile. Il sudore freddo che gli colava sulla fronte gli fece chiudere gli occhi per qualche attimo, mentre cercava con una mano di eliminare le miriadi di goccioline che gli bagnavano la faccia. Fu solo un attimo. Il suo ennesimo gesto da vigliacco.
Quando riaprì gli occhi sentì Bellatrix ridere forte.
Diede un’occhiata al selciato.
La palla era ancora lì, in mezzo ad una pozza rossa.
Risplendeva ancora, sotto il sole.
Qualcuno dovrebbe chiudergli gli occhi.
Sentì il sangue uscire dalla ferita: senza accorgersene aveva stritolato in mano la rosa di sua cugina che, distratto, si era portato appresso, forse nella speranza inconscia di dare un senso ai vaneggiamenti di Bellatrix.
Faceva male, tremendamente male. Non riusciva ad impedire alla propria testa di vorticare. Sollevò la mano per esaminare il danno, lottando contro il mal di testa e la voglia di svenire: le spine di erano conficcate numerose, in profondità, e in parte bloccavano la fuoriuscita del sangue. Lentamente le tolse, una ad una, mentre si dirigevano verso il luogo d’incontro: rosso scuro, l’odore nauseabondo, dolciastro. Come una vecchia strega che cerca di attirare i bambini offrendo loro dei dolci, ma si sente che sotto il travestimento c’è un’anima in decomposizione.
Chiuse gli occhi, cercando di ricacciare indietro gli incubi.


Parte terza: Una conversazione surreale, una scelta e una lacerazione

“Non durerai ancora a lungo.”
Severus Snape aveva questo tono di voce: ogni sua frase era una sentenza a vita, lapidaria, impossibile da cancellare, che pesava sull’atmosfera come un sasso lanciato nel bel mezzo di uno stagno tranquillo. Un sasso molto, molto grosso.
Erano passati alcuni mesi da quel giorno a casa di Bellatrix e Regulus mano a mano si era fatto sempre più silenzioso.
“Come dici, scusa?”
L’uomo non rispose e si limitò a fissare il rampollo Black con la sua solita espressione beffarda, sarcastica, come se dentro di sé stesse pensando le peggiori battute possibili, divertendosene.
“Che cos’hai tanto da ridere?” Sbottò Regulus, irritato.
“Forse non te rendi conto, ma sei davvero divertente, con i tuoi tentativi ridicoli ed infantili di fare andare le cose a posto, di far andare le cose bene quando niente va bene, con la tua aria da cagnolino bastonato in cerca di coccole, col tuo sembrare un fottuto personaggio romantico da romanzo dell’Ottocento, coi tuoi tormenti interiori e i tuoi grandi interrogativi alla frutta, con le tue notti in bianco, col tuo attaccarti alla gonnella di tua madre e di tua cugina quando le cose si fanno più complicate, col tuo voler rimanere buono in mezzo a tutto questo marcio, convinto che comunque sia noi stiamo facendo la scelta giusta!”
Era il discorso più lungo che Regulus Black avesse mai sentito pronunciare da Severus Snape.
E rimase di sasso.
“… non è così?”
“Se fosse così, cucciolo, credi che avresti bisogno di correre in bagno a vomitare dopo?”
Regulus era spiazzato. Per quanto fosse ciò che pensava da parecchi mesi ormai, per quanto il suo rimorso fosse cresciuto giorno dopo giorno divorando ogni sua certezza, distruggendogli il sonno e popolando il suo animo di incubi, per quanto odiasse con tutte le sue forze ciò che era diventato, mai e poi avrebbe creduto che Severus pensasse la stessa cosa. E mai e poi mai avrebbe detto che fosse riuscito a scorgere così in profondità dentro di lui. E poi, cos’era quella faccenda del bagno? Regulus era stato accorto e silenzioso, preoccupato che qualcuno potesse scoprirlo, come diavolo aveva fatto Severus a-
“Smettila di farti friggere il cervello, credi di essere invisibile forse?”
Questa battuta fece zittire il flusso di pensieri dell’altro, ma nei suoi occhi albeggiava ancora una domanda che non osava pronunciare.
Severus lo guardò da capo a piedi, poi inarcò un sopracciglio. Era incredibile come riuscisse a comunicare tutto il suo disprezzo nei confronti di qualsiasi cosa o persona semplicemente muovendo un piccolo muscolo della faccia.
“Che cosa vuoi, ancora?”
“Che cosa vuoi tu, Severus.”
“Io? Nulla.” Sembrava divertito “Perché credi che voglia qualcosa? Ci tenevo solo a comunicarti che non reggerai a lungo.”
Lo sguardo di Regulus parve mutarsi da stupito ad arrabbiato:
“Hai usato la Legimanzia, vero?” Ringhiò.
Severus rispose con parole impregnate di veleno, ma il ragazzo ebbe l’impressione che stringesse le labbra con tutte le sue forze per cercare di non scoppiare a ridere.
“No, Regulus. Non ne ho bisogno.”
“E allora-“ Lo interruppe l’altro.
“Zitto! …credi che non sappia leggere nel cuore di persone come te senza magia? Credi che sia così ingenuo da non accorgermi di niente? Fai ridere, ragazzo. Si capiscono più cose con gli occhi che con la bacchetta.” Sentenziò con disprezzo mal celato.
Regulus sembrava perplesso.
“Morirò?”
“Dipende dalle scelte che farai.”
“Non capisco.”
“Capirai.”
“Ma voglio capire ora!”
Severus sospirò, scocciato: “Ci sono molti modi per morire.”
Il silenzio sembrava ora far da padrone nella scena: Regulus immobile, come congelato, Severus in piedi, pensieroso.
Dopo lunghi minuti, finalmente qualcuno parlò:
“Impasse.” Disse Severus, quasi divertito.
“Come?”
“Si chiama impasse.”
“Ah.”
“Io ho detto qualcosa che non dovevo dire e tu mi hai confermato che ho ragione: tu ora sai di me e io so di te… Forse potremmo ucciderci a vicenda.” Fece una pausa. “Uhm, forse no, sarebbe necessario che io uccidessi te: per quel che mi riguarda, saprò tenere la bocca chiusa.”
Regulus non era per niente contento della piega che aveva preso la conversazione.
“Morirò?”
“Perché te lo dovrei dire?”
Severus era così: freddo e tagliente, sempre scortese. Eppure…
“Sai perché ti senti così, Regulus?” Domandò, e all’altro parve di sentire una nota di delicatezza in quella voce.
“No. So solo che gli incubi tornano, qualsiasi cosa io faccia per ricacciarli via. So che Dio ha sbagliato qualcosa creandomi.”
“Non dare la colpa al tuo Dio: la colpa è solo tua.”
“Lo so. E non andrà via, vero?”
“No. Mai. … Ti posso chiedere una cosa?”
“Dimmi pure, Severus.”
“Perché sei entrato?”
Regulus abbassò lo sguardo, meditabondo.
“Era quello che la mia famiglia si aspettava da me. Era quello che avrebbe reso felice mia madre. Era qualcosa per cercare di raggiungere…” La voce gli morì in gola.
“… Sirius.” Finì Severus al posto suo.
“Sì. Per essere un piccolo fottuto eroe come era lui, con la sua banda di bastardi sempre intorno. Per essere così sicuro di poter guardare le persone con il disprezzo e a superiorità che lui mostrava nei nostri confronti.”
Severus sembrava quasi divertito, per l’ennesima volta: evidentemente non si aspettava queste confessioni.
“E che cos’è che ti ha fatto cambiare idea su questa simpatica banda di assassini?”
Regulus prese fiato.
“Noi… noi abbiamo il potere. Il potere è controllo. Noi abbiamo il controllo. Il potere è conoscenza. Noi abbiamo la conoscenza. Il potere è…uccidere? Noi uccidiamo. Il potere è terrorizzare e tenere tutti in pugno come soldatini da distruggere a proprio piacimento? Noi li abbiamo tutti in pugno, con gli occhi sgranati dal terrore. Il potere è libertà? Noi abbiamo libertà.”
“Aspetta, fermati. Il potere è anarchia, Regulus. Anarchia è schiavitù.”
Il più giovane dei Black sgranò gli occhi.
“Noi siamo schiavi, tutti, dal primo all’ultimo, non l’hai ancora capito, Regulus!? Schiavi del Suo potere, schiavi per nostra volontà, assassini legati ad un patto mortale, aspettando il giorno in cui avremo anche noi una parte nel Potere, desiderosi di sangue, felici di essere dalla parte dei cattivi, pronti a recitare la parte fino alla fine… fino alla fine di tutto. Anche Bellatrix, anche Lucius, tu ed io, tutti quanti! Cosa credi che sia questo?” Con un ringhio si sollevò la manica per mostrare il Marchio: un orrendo teschio con un serpente al posto della lingua, nero, strisciante, putrido, osceno contro la pelle pallida del braccio.
Regulus continuava a guardare, senza capire. Tutto gli pareva tremendamente fuori posto.
Severus sospirò, si ricompose, si ricoprì l’orrenda ferita; poi si sedette, apparentemente sfinito.
“Noi siamo schiavi.”
Non era una domanda, ma Severus rispose ugualmente, come per ricollegare alla realtà il suo discorso pieno di veleno e … rassegnazione: “Sì.”
“Sai che non ci avevo mai pensato?” Lo disse come uno poteva affermare un “Sai che i Chudley ha vinto ancora?”, muovendo in aria la mano, come a scacciare brutti pensieri, pensieri pesanti che gli vorticavano intorno.
Dopo una lunga pausa, Severus riprese la conversazione, che oramai era decisamente andata oltre i limiti:
“Te ne andrai?” Non sembrava davvero interessato alla risposta: era più una considerazione di carattere generale.
“Come?”
L’uomo sorrise. Tutto il peso della realtà crollò addosso a Regulus: una fine amara. Solo a quella poteva aspirare. O lasciare che il veleno s’impossessasse di lui ogni giorno di più.
“Hai detto che ci sono molti modi per morire.”
“Attualmente per te ne vedo solo due: o restare o andartene.”
“Vorrai dire: o restare o morire.”
Tutto l’assurdo di quella conversazione fuori dal comune si palesò in quelle due battute, pronunciate con lenta, calcolata e amara ironia.
“Perché mi stai parlando?”
“Perché ti stai torturando così?”
“E tu, perché rimani?”
“Oh, Regulus, non so che cosa tu abbia capito dalle mie parole, ma ti assicuro che io sono felice di essere qui, di fare quello che faccio, di essere quello che sono.”
“Ma potresti essere libero!”
“Nella morte?” Le labbra si curvarono in un’espressione ironica.
“Se è il prezzo da pagare… sarà dolce da pagare.”
“Vorrei essere lì per rinfacciarti questa frase quando ti uccideranno. O chissà, forse quel compito sarà affidato a me.”
Ne parlava con un’assoluta tranquillità, e per la prima volta in quasi un anno Regulus Black si trovò ad ammirare il sangue freddo di Severus Snape. Sangue di rettile.
“Non ti attira la possibilità di riscattarti?”
“Cos’è, mi vuoi tirare dalla tua parte? Sappi che non verrò. Non ti riscatterai… solo, è un modo come un altro per scappare da te stesso quando il peso diventa troppo, e credo sinceramente che tu sia andato troppo oltre rispetto a quello che riesci a sopportare… Lo sporco che riesci a sopportare, il sangue. E no, non sarò libero.” Fece una pausa “Io non sarò mai libero.”
A Regulus parve sciocco chiedere perché, ma sfortunatamente la sua lingua si mosse prima che il cervello potesse intervenire.
“E me lo chiedi? Tu forse puoi scappare dalla tua scelta scellerata. Io sono un assassino. Non credere che io sia migliore rispetto a tutti gli altri, solo perché mantengo la lucidità. Cosa vuoi sapere? La gioia che provo a sapere di poter distrugg-“ Non finì la frase e si morse con forza le labbra, poi riprese a parlare e disse tutto d’un fiato “Io… come credi faccia a scappare da me stesso?”
Aveva ascoltato anche troppo. Regulus Black ormai sapeva che cosa doveva fare.
Costasse quel che costasse.
Regulus Black stava per incontrare l’Abisso.
Nessuno poteva fermarlo, perché non era rimasto più nessuno con lui.
Perché quel giorno il mondo intero era andato via.


Una fredda notte di Novembre

Non era per niente una bella sensazione. Ma sapeva che cosa fare, perché c’era già passato ogni volta che aveva dovuto mettere a tacere il rimorso. Esisteva ancora un luogo dentro di lui che divorava il dolore e la paura: un posto ancora salvo dal marcio. Doveva solo rifugiarsi lì. E aspettare Così, aspettava. Non cercava il perdono di Dio, non cercava la pace prima di morire. Avrebbe solo voluto non avere così tanto freddo.
Regolo splendeva nel cielo; ripensò divertito alla credenza secondo cui quando muore una persona si accende una stella in cielo che rappresenta quell’anima volata a prendere il suo posto nel Firmamento: la sua splendeva da sempre. Un’altra amara considerazione, che probabilmente egli avrebbe chiamato “destino” e suo fratello “sfiga”.
Si sentiva sprofondare e aveva la sensazione che avrebbe raggiunto il fondo bel prima che la sua morte fisica sopraggiungesse: l’Abisso era lì, poco sotto lo strato sottile dei suoi occhi, pronto a divorarlo come prima aveva fatto quel maledetto Marchio. L’Abisso lo aspettava. Tranquillo ed implacabile, sapeva che prima o poi la sua preda sarebbe arrivata. Al tramonto aveva rinunciato a scappare. Un traditore che scappa… una preda così facile. Tanto l’avrebbero trovato ovunque avesse cercato di nascondersi, ed egli era stufo, davvero stufo. Era stanco. terribilmente stanco.
Se solo la disperazione se ne fosse andata via un poco. Se solo quel continuo stillicidio di sangue che sentiva dalle parti del cuore si fosse ridotto di un poco, se solo le lacrime… no, niente da fare, scendevano comunque; gelate com’erano dal freddo, gli impedivano la vista del cielo.
Forse per qualcuno sarebbe stato un modo romantico di morire, per lui era solo morire.
Sporco, vecchio, banale, consunto, umano morire.
Per lui era solo la sensazione che l’aria non riuscisse a passare dalla gola e che tutto diventasse nero.
Per lui era solo un modo, l’unico che aveva, di sopravvivere, per quanto ciò potesse possa sembrare un controsenso, era un modo per dimostrare di avere ancora un cuore, seppur sanguinante, che poteva ancora provare pietà… almeno verso se stesso.
Non era una bella sensazione. Come affogare dentro se stessi, lentamente, inesorabilmente, e l’ossigeno che se andava poco a poco, lasciando solo la paura.
Il visto ancora rivolto al cielo a cercare fra le pieghe dell’Infinito se ci fosse per caso un Paradiso pronto ad accoglierlo.
Il mondo era andato via e gli aveva lasciato solo quel piccolo muscolo che batteva ancora, almeno di paura, che sanguinava, e che fra poco avrebbe cessato di battere per sempre.
“Avrò la mia libertà. Non ci saranno più schiavi, né padroni. Non dove sto per andare. Avrò la mia umanità. Non ci sarà più sangue, più grida, più occhi sbarrati. Avrò la mia pace. Non ci sarà più guerra, non ci saranno più faide, non ci sarà più potere.”
Fragile, aspettava l’alba, in silenzio, le lacrime ghiacciate sul volto e la voglia di dimostrare che era ancora un uomo, con la certezza che era l’unico modo di morire che aveva: scappare da tutto ciò che era diventato e di cui ora aveva orrore, affrontare la morte a testa alta, un Marchio orrendo a deturpargli il braccio, il marcio che infettava tutto e niente risparmiava.
Fragile, aspettava l’alba, l’ultima.

* * *

Ringraziamenti:
One-shot scritta per Tinachan, al concorso del Ficexchange, dove è arrivata seconda. Ringrazio moltissimo sia lei, che con la sua traccia mi ha permesso di scrivere questa storia, sia Nisi Corvonero, che mi ha gentilmente fatto da betareader.
Queste sono le richieste a cui la storia ha dovuto sottostare:

Dalle tre alle cinque cose che vorresti la fanfiction contenesse: Deve trattare principalmente dei Serpeverde. Dev'essere introspettiva. Deve avere un personaggio principale che è morto/morirà/sta morendo.
Dalle tre alle cinque cose che non vorresti la fanfiction contenesse: No slash. No coppie, di nessun genere. No sdolcinatezze e romanticherie.

Nota bene: La morte di Regulus, pur non descritta dalla Rowling, si prospetta diversa da quella raccontata in DH.