

TUTTO IN UNA NOTTE
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L'avventura della piccola Jane
(Categoria: Noir/Thriller)
Note: nessuna
Corto Maltese e il labirinto dei sogni millenari
(Categoria: Corto Maltese)
Note: nessuna
La notte eterna
(Categoria: Crossover: Harry Potter - Sandman)
Note: nessuna
Quattro accordi in croce
(Fandom: Nana)
Note: nessuna
Turno di notte (Me and my Duncan)
(Fandom: Crossover: Scrubs - Torchwood)
Note: Slash

Anonima Autori, (c) DK86, Jean Genie, Nisi Corvonero, Reader Not Viewer.
Layout di Lan Awn Shee.
L'immagine usata per il layout è di Rain.
L'immagine usata per la categoria è di Kenneth Glenn.
Per citare, riprendere, tradurre questa storia, in parte o in toto, occorre l'esplicito permesso dell'autore.
Il sito non è responsabile degli scritti che contiene, né dei loro contenuti. Anonima Autori non ha fini di lucro.

La vigilia di Natale a New York era sempre qualcosa di magico: le luci, i canti, lo scampanellio dei Babbo Natale che percorrevano le strade, l'allegria contagiosa della folla davano alla Quinta Strada un'atmosfera festiva.
Nonostante non fossero neanche le cinque, era già buio e il cielo si stava coprendo di nuvole.
Il traffico era particolarmente intenso e i marciapiedi erano affollati di compratori dell'ultimo minuto e turisti ansiosi di dare un'occhiata alle vetrine dei negozi.
Davanti a Saks, all'angolo tra la Quinta e la Quarantanovesima, Cate Donovan era appena scesa da un taxi, tenendo per mano le sue figlie, Jane e Marie, e guidandole verso il Rockfeller Center dove, come ogni anno, era stato allestito un grande albero di Natale.
Parecchia gente si era radunata attorno a un violinista, e in pochi istanti nell'aria vibrarono le note di Silent Night.
"Restiamo ad ascoltare per qualche minuto?" propose la donna, ignorando i lamenti della bambina più piccola.
"Sarà divertente, Jane. Come quando con mamma e papà abitavamo a Franklin e cantavamo in giro per le strade con gli amici della parrocchia."
Cate non nascose un'occhiata di approvazione rivolta alla figlia maggiore, e fece strada per avvicinarsi alla fonte di quella musica.
Jane sbuffò più forte, e ficcò le mani nelle tasche del cappotto blu; benché avesse solo nove anni, sembrava grande quasi quanto la sorella, di undici.
A breve, la gente si lasciò trasportare dall'atmosfera creata dalla musica, accompagnando il violino col canto.
Quando tutto tacque, Jane notò che molti lasciavano cadere monete dentro un cestino, posto dentro la custodia del violino; anche sua madre estrasse il portafoglio dalla borse, porgendo a lei e sua sorella una banconota da un dollaro. "Marie, Jane… mettetele nel cestino."
Marie afferrò la banconota e cominciò a sgomitare per farsi largo tra la folla; Jane stava per seguirla quando qualcosa attirò la sua attenzione: la madre, invece di mettere il portafoglio per bene dentro la borsa, l'aveva fatto cadere in terra. Non fece in tempo a dire nulla che una donna lo afferrò, per poi sparire tra la folla.
"Mamma!" esclamò, ma invano: il violino aveva ripreso a suonare e con lui la gente a cantare.
La ladra riapparve per qualche istante alla sua vista e prima che scomparisse di nuovo Jane si lanciò al suo inseguimento.
*
"Mamma, dov'è Jane?" Marie era andata a posare il suo dollaro nel cesto e ora era di nuovo accanto alla madre.
La guardò senza capire. "Jane? È qui." Si guardò attorno, per poi tornare a concentrarsi su Marie: "Non è venuta con te?"
Al cenno di diniego della bambina, Cate cominciò a chiamare a gran voce il nome di Jane.
Aprì la borsa per prendere una foto della figlia da mostrare ai passanti, ma si accorse che era un po' troppo vuota: mancava il portafoglio.
"Mamma, dov'è Jane?" l'allegria con cui aveva cantato pochi istanti prima era svanita dalla voce di Marie: ora, come la madre, voleva solo sapere dove fosse andata la sua sorellina.
La sola cosa che Cate poté fare, prima che le lacrime le rigassero il viso, fu rivolgersi a tutti e nessuno in particolare. "Chiamate la polizia: la mia bambina è scomparsa!"
*
Stava camminando da parecchio, ormai, ed era veramente stanca.
Più di una volta aveva rischiato di perdere di vista la donna con la coda di cavallo e il cappotto nero, ma per fortuna era sempre riuscita ad individuarla di nuovo.
Era arrivata alla stazione centrale.
Per poco non andò a sbattere contro un'anziana signora con le mani piene di buste natalizie.
Educatamente si scusò e tornò a concentrarsi sulla donna che aveva rubato il portafoglio alla mamma.: stava scendendo le scale, diretta alla metropolitana.
Riuscì a seguirla fin sopra un vagone molto affollato, e seppur con fatica le si avvicinò il più possibile, facendo attenzione a reggersi ai sostegni.
Dopo tre fermate fu di nuovo in strada, alle calcagna della ladra.
La seguì per sei isolati: lentamente, l'allegria e le decorazioni furono sostituiti da strade buie e deserte; molti palazzi erano coperti di scritte, alcuni lampioni erano rotti, e assi di legno bloccavano l'ingresso a molti androni.
Jane, per la prima volta dall'inizio di quella sua avventura, cominciò a provare paura
Strinse tra le mani il dollaro che le aveva dato la mamma. Lo userò per chiamare la polizia, pensò, dopo che quella signora mi avrà ridato il portafoglio.
Finalmente, la donna si fermò davanti a un vecchio edificio.
Jane fece una corsa e riuscì a impedire, per un soffio, al portone di richiudersi, lasciandola fuori.
Come la strada, anche l'atrio era buio, e c'era nell'aria un cattivo odore, come di cibo andato a male.
E ora che faccio? si chiese.
Lentamente cominciò a salire le scale: non sapeva in quale appartamento abitasse quella donna, ma non poteva tornare indietro a mani vuote.
*
"Signora Donovan, mi descriva sua figlia."
Il tono dell'agente di polizia era calmo e rassicurante.
"Ha nove anni, ma sembra più grande. Indossa un cappotto blu scuro." Seduta a bordo di una volante, con la mano stretta attorno a quella di Marie, Cate cercava di impedire alla sua voce di tremare.
"Di che colore ha i capelli?" la incalzò l'agente.
"Castani… no, rossi. È più un castano ramato in verità… Gli occhi sono azzurri, e ha qualche lentiggine sul viso. È molto magra."
"Jane è la mia fotocopia" intervenne una vocina tremante.
"Bene." L'agente sorrise in direzione della ragazzina, per poi tornare a concentrarsi su Cate. "E il suo portafoglio? Pensa a un furto? Oppure può darsi che Jane l'abbia preso mentre lei era distratta, decidendo di fare un giro per i negozi della zona?"
Cate scosse il capo con fermezza. "Il portafoglio mi sarà caduto dopo che ho dato alle bambine i soldi per l'elemosina. Jane non se ne sarebbe mai andata in giro da sola."
L'agente Manuel Ortega annuì.
Vedeva la disperazione negli occhi di Cate Donovan: non doveva avere più di trentadue-trentaquattro anni, eppure la preoccupazione la faceva sembrare molto più vecchia; i capelli rossi le arrivavano fino a sfiorare le spalle, e immaginò che fosse stata dal parrucchiere appena poche ore prima. Stretta nel suo cappotto beige, teneva la mano all'altra figlia, Marie: entrambe erano spaventate, e lui non poteva dar loro torto. Sapeva che nelle prime ore della scomparsa è importante agire con rapidità, ed era certo che anche Cate Donovan lo sapeva.
Avrebbe voluto dare qualche certezza, dire loro parole di conforto, ma si accorse di non esserne in grado; la sola cosa che si sentì di fare, fu una promessa a se stesso: Jane sarebbe tornata a casa in tempo per festeggiare il Natale con la sua famiglia.
*
Jane accostò l'orecchio ad ogni porta, nella speranza di sentire qualche rumore che l'aiutasse a trovare la donna con la coda di cavallo.
Non seppe come, ma improvvisamente la porta contro cui stava appoggiata si spalancò, facendola vacillare.
"Chi sei, ragazzina?"
Alzò gli occhi fino ad incontrare quelli dell'uomo che aveva dinanzi: sembravano cattivi, socchiusi tanto da sembrare due lame sottili. Anche se indossava vestiti puliti, notò Jane, aveva una barba nera, incolta, come quella che aveva suo papà quando non si radeva per tutto il fine settimana.
La vista della donna che aveva seguito per mezza città le fece ritrovare la parola. "Hai preso il portafoglio della mia mamma" esclamò.
"Senti, senti" commentò l'uomo. "Dammelo, Anne." Il suo tono era minaccioso, ma la donna di nome Anne sembrava volergli tenere testa. "Non so di cosa stia parlando."
"Ti ho vista io" insistette Jane, "e ti ho seguita per farmelo ridare!"
L'uomo rise apertamente. "Eh brava, ragazzina. Sei un tipo sveglio." Poi si rivolse ad Anne. "Non costringermi a prenderlo con la forza."
Sapendo di non poter fingere, Anne infilò una mano nella tasca del cappotto che aveva ancora addosso ed estrasse il portafoglio. "Ora hai il denaro, Karl. Vattene."
Jane allungò una mano per prenderlo, ma un'occhiata dell'uomo la fece raggelare.
Con aria interessata, Karl contò il denaro e, con un fischio di approvazione, se lo mise in tasca.
"Ti prego, vattene. Hai il denaro, ora…" gemette Anne, e Jane, sentendo la voce di quella donna tremare, si accorse di avere davvero paura: se solo avesse chiesto aiuto, invece di seguirla!
"Ora tu farai una cosa per me, sorellina" iniziò Karl. "Io ti chiamerò con questo cellulare" ed estrasse l'apparecchio dalla tasca dei pantaloni, "e dirò che voglio costituirmi e che desidero incontrare il mio avvocato alla cattedrale, subito dopo la messa di mezzanotte. Di certo il tuo telefono sarà sorvegliato, ed è bene che tu reciti come si deve la tua parte, perché se solo una cosa dovesse andare storta…" Non completò la frase, ma lanciò un'occhiata eloquente a Jane.
Anne deglutì a vuoto, riuscendo appena ad annuire.
*
All'interno di un furgone mal ridotto, fermo al bordo della strada, l'agente investigativo Arthur McKay ascoltava attentamente le voci familiari di Karl Cooper e sua sorella Anne.
A quanto sembrava, Karl voleva costituirsi. Eppure non serviva un mago per capire che qualcosa non andasse: anche ad un orecchio inesperto, la voce di Anne sarebbe sembrata un tono sopra la normalità, segno che la donna stava subendo un forte stress emotivo.
"Che ne pensi, Marcus?"
Marcus Lewis, dieci anni più giovane di McKay, si accarezzò la fronte corrucciata. "Vuole depistarci. Ma non credo che la sorella sia sua complice…"
Arthur annuì: il collega, dunque, era arrivato alle sue stesse conclusioni.
Cooper era un tipo pericoloso: tre anni prima non aveva esitato a uccidere a sangue freddo una guardia e ferirne un'altra. Avrebbe dovuto scontare altri sette anni di galera, ma la sera precedente era riuscito ad evadere, pugnalando un secondino, che ora era in bilico tra la vita e la morte.
"Avvertiamo la centrale" disse infine. "Mandiamo qualcuno alla chiesa, nel caso si faccia vivo. Stasera ci sarà tanta gente, e non dobbiamo correre rischi inutili."
*
Jane tremava davvero, ora.
Karl la voleva portare con lui chissà dove, anche se lo aveva supplicato di lasciarla andare, giurando che non avrebbe raccontato nulla in giro. Per ogni evenienza, aveva tenute incrociate le dita della mano destra, nascoste dietro la schiena.
Anche Anne aveva cercato di fargli cambiare idea, ma era stata spinta a terra, sbattendo la testa sul pavimento.
Al telegiornale aveva già sentito di bambini rapiti, e sempre aveva detto che, in situazione analoga, lei, Jane Donovan, non si sarebbe certo fatta portare via senza lottare, certa che alla fine avrebbe vinto.
Ma com'era diversa la realtà dalla fantasia.
Sono solo una bambina, pensò. E lui è grande e cattivo, e ha una pistola.
Non oppose resistenza quando Karl la sollevò di peso, costringendola a salire sulla scala di sicurezza, né quando la portò sui tetti, passando da un palazzo all'altro, sempre più lontani dalla casa di Anne.
*
Il traffico sulla Quinta Strada era notevolmente diminuito, nonostante ci fossero ancora in giro persone ferme ad ammirare l'albero di Natale al Rockfeller Center, o ad osservare le vetrine.
Qualche fedele già cominciava a defluire nella chiesa di St. Patrick, dall'altro lato della strada.
Cate, stretta alla figlia, non poté fare a meno di colpevolizzarsi per la scomparsa di Jane: se solo fosse stata più attenta, la piccola non si sarebbe allontanata.
Scartò ancora una volta l'ipotesi di un rapimento; rabbrividì impercettibilmente: e se avesse visto qualcuno prendere il portafoglio e avesse deciso di seguirlo?
Marie strinse più forte le mani della mamma.
"Sono sicura che la troveremo presto" disse Cate, sforzandosi a sembrare convincente alle orecchie di Marie.
L'agente Ortega, dai sedili anteriori, stava comunicando con la centrale di polizia. Ripose la radio e si voltò verso Cate e Marie. "Ci serve una foto della bambina. Ne ha una, per caso?"
"Nel portafoglio" rispose la donna. Ormai non riusciva più a trattenere le lacrime e si nascose il viso tra le mani.
"La nonna ne ha qualcuna" intervenne Marie. "Se la chiamiamo ora, potrà prepararle…"
Ortega annuì compiaciuto. Quella ragazzina sapeva reggere bene alla tensione, per avere solo undici anni…
Dopo dieci minuti nei quali Cate Donovan si preoccupò di telefonare alla propria madre e spiegarle la situazione, una pattuglia partiva dalla centrale diretta all'abitazione di Beatrice Sullivan.
*
Jane se ne stava raggomitolata sul sedile del passeggero, impaurita coma mai prima di allora.
"Stai buona qui" le aveva detto l'uomo, "e se qualcuno te lo domanda, io sono tuo padre."
Jane sapeva che il suo nome era Karl, ma non avrebbe mai osato chiamarlo a quel modo.
Il suo stomaco si lamentò rumorosamente, e doveva anche andare al bagno, ma non si sarebbe mai sognata di dire qualcosa: aveva davvero troppa paura…
Sul sedile posteriore dell'auto, che pensò essere stata rubata, erano stati sparsi alcuni pacchi regalo, e lei si immaginò la scena che doveva dare quella situazione se vista dall'esterno: un padre e una figlia di ritorno a casa per festeggiare il Natale, con in auto gli ultimi regali per i familiari.
*
Il dipartimento di polizia di New York lavorava instancabilmente.
McKay e Lewis avevano comunicato i loro sospetti alla Centrale, e tutti gli agenti erano stati allertati.
Qualcosa però continuava a turbare Marcus Lewis: dopo aver ascoltato la conversazione tra Anne e il fratello, e dopo aver comunicato con i loro superiori, i due uomini avevano bussato alla porta di casa Cooper.
La donna sembrava molto spaventata, molto di più del loro ultimo incontro di quello stesso pomeriggio, ma a prima vista nell'appartamento sembrava non esserci niente di insolito: le pareti erano state da poco colorate di un allegro giallo, e il vecchio divano era stato abbellito con cuscini dai motivi floreali; il piccolo albero di Natale era stato decorato con luci variopinte, e sotto di esso erano stati posati alcuni regali, avvolti in carta dai toni vivaci.
Durante la loro visita, era arrivata la baby-sitter con una bambina di circa quattro anni: sicuramente era la figlia di Anne.
Marcus non aveva potuto non notare come il volto di lei si fosse illuminato alla vista della bambina, e la tensione fosse scivolata via, lasciando il posto a un sorriso sereno: si era convinto, in quel momento, che Anne Cooper non fosse altro che una madre che faceva tutti i tentativi possibili per far trascorrere alla propria figlia un Natale da ricordare.
Eppure, l'istinto diceva a Marcus che c'era qualcosa di diverso che avrebbero dovuto notare. Ma cosa?
Anche se il loro turno terminava alle venti, quando i colleghi bussarono allo sportello del furgone per il cambio, sia McKay che Lewis rientrarono in Centrale: come molti altri agenti, sarebbero anche loro rimasti a disposizione fino al termine della messa di mezzanotte in cattedrale.
Chissà, forse Cooper si sarebbe davvero fatto vedere…
*
Nel suo appartamento sulla Ottantesima, Beatrice Sullivan serrò con forza la cornetta.
Con tono innaturalmente calmo, Cate le aveva appena detto che Jane era scomparsa da più di due ore, ormai, e non era ancora stata ritrovata.
"Ci serve una sua foto, mamma, per distribuirle ai mezzi di informazione" le stava dicendo Cate, ma la mente di Barbara sembrava non voler dare ascolto alla realtà.
Poi, come ripresasi, si affrettò a rispondere. "Non ho foto recenti" si scusò, "ma porterò lo stesso tutte quelle che riesco a trovare."
*
Erano in viaggio da tanto, ormai.
La fame ora era davvero insopportabile, così come il bisogno di andare in bagno.
"Mi… mi scusi. Potrebbe, per piacere… devo… devo andare in bagno…"
Aveva molta paura che quell'uomo le gridasse contro, e non riuscì a impedirsi di tremare quando lui si voltò a guardarla.
Non rispose subito, e sembrò riflettere prima di domandare "Hai anche fame, per caso?"
La sua voce, notò Jane, era molto più calma di prima.
"Tra non molto incroceremo un distributore di benzina" disse quando lei annuì. "Mentre tu fai quello che devi, io comprerò delle patatine. E poi, più avanti, ci fermeremo per un hamburger. Ma non provare a fare scherzi, signorinella. Capito?"
"Non parlerò con nessuno" sussurrò. "Promesso."
"Promesso, papà."
*
Alla Centrale, le indagini sulla fuga di Karl Cooper sembravano aver trovato un punto a cui appigliarsi.
Appena un'ora prima, un detenuto ospitato in una cella vicino quella di Cooper aveva riferito ad una guardia che neanche un mese prima Karl si era vantato di aver conquistato una "spogliarellista niente male", una certa Paige.
Ora stavano cercando di rintracciarla, sperando di non fare un buco nell'acqua con quel tentativo.
"McKay, una telefonata da Detroit" gridò una voce al di sopra del chiasso della stanza.
Arthur raggiunse la propria scrivania e sollevò la cornetta.
Il suo interlocutore non perse tempo. "Sono Raimond, ci siamo conosciuti quando siete venuti a riprendervi Cooper, quando l'anno scorso ha tentato la rapina in un supermercato qua da noi. Abbiamo il certificato penale di una certa Paige Logan, danzatrice. Un paio di giorni fa ha lasciato la città, dicendo in giro che si sarebbe incontrata col suo ragazzo e che probabilmente non sarebbe più tornata."
"Ha detto anche dove sarebbe andata?"
"Messico."
McKay non trattenne un'imprecazione. "Se scappa in Messico non lo becchiamo più!"
"I nostri uomini stanno tenendo sotto controllo autobus, stazione ferroviaria e aeroporto" comunicò Raimond. "Se la Logan tenta solo di mettere il naso fuori dai nostri confini verrà intercettata."
McKay riattaccò. E se quella di Paige Logan fosse stato solo un tentativo di sviare la polizia? Chi lo diceva a loro che non avesse dato informazioni errate?
Tuttavia, come gli fece notare Lewis, non potevano scartare l'ipotesi che Karl parlasse sul serio, quando diceva di volersi costituire, anche se, ammise, nessuna delle due possibilità sembrava convincerlo appieno: né il Messico, né la promessa di costituirsi.
Addentando un panino, non poté fare a meno di ascoltare la conversazione di due colleghe.
Parlavano di una bambina scomparsa.
"Quale bambina scomparsa?" intervenne Marcus. Simili notizie coinvolgevamo molto gli agenti di polizia. Negli ultimi tempi sembrava esserci stata una escalation di rapimenti, e non erano pochi i casi in cui del bambino non si aveva più notizia, come se si fosse volatilizzato nel nulla.
"Ehi, Marcus. Una telefonata per te" lo chiamò un collega dall'altra parte della sala. "È una donna, non ha detto il nome."
Con il panino e un caffè in mano, Lewis ritornò alla sua scrivania.
"Agente investigativo Lewis" si presentò.
Dall'altro capo, solo un respiro affannoso. Poi il clic della comunicazione interrotta.
*
Alan West, cronista della CBS, si avvicinò all'autopattuglia dove Cate Donovan sedeva insieme alla primogenita.
Erano le nove passate, e nevicava senza sosta da più di mezz'ora.
Dalle cuffie, ascoltava gli sviluppi sul caso Cooper, un evaso che, a quanto sembrava, dopo aver ferito un agente, stava tentando la fuga verso il Messico.
Che vigilia deprimente, pensò. Un agente ferito, un evaso in fuga e una bambina scomparsa.
Bussò al finestrino della volante, e quando lo vide Cate si affrettò ad abbassarlo.
West si chiese come facesse a mantenere un simile controllo sulle sue emozioni.
Cate ora sedeva davanti, al posto del passeggero, mentre la piccola Marie era dietro, insieme ad una donna anziana che le teneva il braccio sulle spalle.
"Ancora nessuna novità" commentò Cate, per poi presentare al giornalista la propria madre, Beatrice Sullivan.
"Jane è sveglia, e sa che se si perde deve chiedere aiuto a un poliziotto" mormorò Cate con voce flebile. "Qualcuno l'ha presa, ma chi potrebbe sequestrare una bimba di nove anni?"
"Cate, non torturarti così." A dispetto delle parole, notò Alan, anche la voce di Beatrice era rotta dall'emozione. "Tutto si risolverà, ne sono certa. Sei riuscita a metterti in contatto con Tom?"
Cate scosse la testa. "A quest'ora starà sorvolando l'oceano, di ritorno dall'Europa."
"Arriverà domani mattina" intervenne Marie. "Ma per allora, Jane sarà già con noi, vero?"
"A te la linea, Alan." La voce nelle cuffie gli dava il via libera, e West non si fece attendere.
"Sono qui con la madre della piccola Jane, scomparsa ormai da più di tre ore."
"Se qualcuno sa dove sia Jane, cosa le è successo, lo supplico di mettersi in contatto con noi." Cate parlava con voce ferma. "Indossa un cappotto blu" ripeté per l'ennesima volta in quella serata. "Ha i capelli castani, tendenti al rosso, e gli occhi azzurri."
"Ha sempre con sé una catenina di San Cristoforo" aggiunse Marie, quasi gridando, come se quel dettaglio fosse di vitale importanza.
"Se fra coloro che hanno ascoltato questo appello c'è qualcuno che ha notizie della piccola Jane Donovan" concluse Alan, "lo preghiamo di contattare il numero 555-0874."
*
La neve ora scendeva più fitta, e loro procedevano a velocità sostenuta sulla corsia di destra dell'autostrada affollata.
Un'idea balenò nella mente della piccola: se fosse riuscita ad aprire la portiera e saltare giù prima che Karl se ne accorgesse, forse avrebbe potuto attirare l'attenzione di qualche auto e farsi così riaccompagnare dalla mamma!
Lentamente allungò la mano fino a stringere la maniglia: perfetto, Karl non l'aveva chiusa con la sicura, dopo essere usciti dalla stazione di servizio.
Fece un respiro profondo, pronta a saltare giù, quando un'auto alle loro spalle li superò tagliando loro la strada. Karl schiacciò i freni e l'auto sbandò incontrollata.
Schiantati!, pregò Jane. Così qualcuno verrà di sicuro a liberarmi!
Ma Karl aveva già ripreso il controllo dell'auto.
"Che fortuna, eh ragazzina" rise, non nascondendo la soddisfazione. "Non è che stavi pensando a scappare, vero?" brontolò notando la mano di Jane posata sulla maniglia. Fece scattare la sicura. "Togli la mano di là, se non vuoi avere qualche dito fratturato."
Jane obbedì rapidamente: la voce di quell'uomo era ferma, e Jane non dubitò che avrebbe sul serio posto in atto la sua minaccia.
*
Erano già le dieci.
Seduto alla scrivania, Marcus Lewis rifletteva sugli ultimi avvenimenti.
La telefonata di poche ore prima, ne era certo, proveniva da Anne Cooper: gli agenti che la tenevano sotto sorveglianza avevano confermato che dal suo apparecchio era partita una chiamata.
Marcus aveva provato a richiamarla, ma lei non aveva risposto. Eppure era in casa, come avevano confermato i colleghi.
Anne l'aveva cercato, ma poi aveva avuto paura e aveva riattaccato: cosa voleva dirgli?
Arthur McKay interruppe il flusso dei suoi pensieri.
"Perché non vai a riposarti" gli disse. "Dobbiamo organizzare il controllo alla cattedrale, ma un'ora di pausa non può che farti bene."
Marcus scosse il capo. C'era qualcosa che continuava a tormentarlo, un dettaglio che sembrava galleggiare davanti a lui, ma che non voleva essere afferrato.
Quando quella mattina erano andati a casa di Anne Cooper, lei era pronta per recarsi al lavoro; dodici ore dopo, era rientrata e sembrava esausta, nervosa, ben più della mattina.
Lo squillo del telefono lo riportò alla realtà.
Alzò la cornetta: di nuovo quel respiro agitato. "Anne" chiamò. "Anne, sono Marcus Lewis. Può parlare con me, non deve avere paura."
Stavolta la donna dall'altro capo del telefono non riattacco.
"Agente Lewis, può venire qui? Devo parlarle di Karl. E di quella bambina scomparsa."
*
Sembrava molto nervoso da quando avevano evitato per un soffio di avere un incidente, e Jane sospettò che fosse perché aveva intuito le sue intenzioni di fuga.
"Hai fame, bambina?"
Jane, a cui non era sfuggito il cartello del fast-food, annuì speranzosa.
"Se ci fermiamo, tu farai finta di dormire" le intimò.
"Prometto" assicurò, e per mostrare la propria buona volontà si rannicchiò sul sedile e chiuse gli occhi. Certo, non era come quando si acciambellava accanto al papà, ma sapeva che doveva fare finta. E forse tutto sarebbe finito presto…
C'era coda allo sportello del drive-in, ma Karl sapeva che avrebbe dovuto attendere pazientemente, senza dare nell'occhio.
Quando arrivò il proprio turno, fece le ordinazioni e pagò in fretta.
"Scommetto che non vede l'ora di sapere cosa le ha portato Babbo Natale" commentò la donna allo sportello indicando Jane.
Karl annuì e si sforzò di sorridere.
"Sbaglio o quella è una catenina di San Cristoforo?" domandò l'altra, chinandosi a osservare meglio la bambina che dormiva. "Quando ero piccola mio padre me ne aveva regalata una uguale, anche se a quanto sembra quel santo sia stato cancellato da anni dal calendario." E con una risata tese loro il sacchetto con le ordinazioni.
Jane si azzardò ad aprire gli occhi e a rimettersi seduta solo quando furono di nuovo in autostrada.
Karl le porse un sacchetto con hamburger e patatine, poi senza quasi muovere la bocca le sibilò: "Levati immediatamente quella stupida medaglietta."
*
Marcus Lewis riattaccò continuando a domandarsi cosa c'entrasse Cooper con la bambina scomparsa sulla Quinta Strada.
Aggiornò Arthur sulla telefonata di Anne, e conclusero che il modo migliore per capire qualcosa fosse andare a parlare con lei.
Cinque minuti dopo, un'autopattuglia saliva a gran velocità la East Side Drive.
*
"Le linee telefoniche stanno impazzendo, signora Donovan" disse Isabel Wright, la regista del notiziario delle ventidue della Fox. "Sembra che tutti vogliano farvi sapere che pregano per voi."
"Grazie" mormorò Cate, stringendo la mano alla figlia. "Mi auguro solo che qualcuna di queste telefonate ci aiutino a trovare la mia Jane…"
*
Al fast-food sull'autostrada, l'agente della stradale Chris Tompson spense idealmente l'audio quando Angie, la cameriera, cominciò a borbottare qualcosa a proposito di San Cristoforo.
Chris non metteva in dubbio che fosse una brava ragazza, ma ogni volta che si fermava per un caffè, Angie era pronta a raccontargli ogni minimo insignificante episodio capitatole.
Aveva fretta di tornare a casa, e le chiacchiere di quella ragazza erano molto più fastidiose del solito.
Pensava alla Toyota che lo precedeva: avrebbe desiderato comprarne una, ma sapeva che col misero stipendio di poliziotto non se la sarebbe potuta permettere.
Finalmente Angie sembrava avere esaurito le parole, e Chris ne approfittò per ringraziare e allontanarsi prima che lei potesse ricominciare a parlare.
Ritornò alla propria postazione, nella piazzola di manovra vicino all'uscita 40.
Era convinto che fosse quasi una perdita di tempo: di solito era a Capodanno che la gente esagerava con le bibite, rischiando di causare incidenti, e non la vigilia di Natale.
Stava per aprire il contenitore del caffè quando davanti a lui sfrecciò a una velocità di centotrenta chilometri una Corvette nera.
Dannati automobilisti, imprecò, ingranando la marcia e lanciandosi al suo inseguimento. Con un tempo del genere rischiano di ammazzare qualcuno.
*
Gli agenti McKay e Lewis ascoltavano con attenzione una tremante Anne Cooper riferire del ritrovamento di un portafoglio sulla Quinta Strada.
"Quando sono tornata a casa" continuò, "Karl era qua che mi aspettava, e indossava gli abiti di mio marito: dei jeans, una camicia blu e un cappotto nero."
Indicò un grosso pacco sotto l'albero di Natale. "Là dentro ci sono i suoi vecchi vestiti."
Ecco cosa c'era di diverso, realizzò Marcus. Il grosso pacco sotto l'albero…
"Sa dove possa essere diretto?" incalzò Lewis.
"Con molta probabilità, starà tentando di raggiungere il confine con il Canada: quando eravamo bambini, i nostri genitori ci hanno portato a far visita a dei parenti, e da allora Karl ha sempre desiderato tornarci. Credo che nella sua mente, il Canada sia un po' un'isola felice…"
"E la bambina? Cosa c'entra Jane Donovan in tutto questo?"
La voce di Anne si fece più incerta, mentre raccontava di come Karl avesse sorpreso Jane origliare alla porta, per poi decidere di portarla con sé, in fuga, e minacciare di ucciderla se solo avesse visto avvicinarsi un poliziotto.
"Crede che una volta al sicuro, suo fratello la lascerà andare?" intervenne McKay, cercando di controllarsi.
Anne fece spallucce. "Vorrei crederlo, ma non lo so."
"Cosa l'ha convinta a farsi avanti?" chiese Lewis.
"Ho visto quella donna in televisione. La madre di Jane. Era disperata. Come mi sentirei io se qualcuno prendesse la mia piccola? Non potevo far finta di nulla. Non più."
Venti minuti dopo, lasciavano l'appartamento di Anne.
Sapevano che, se messo alle strette, non avrebbe esitato ad uccidere la bambina, ma ora restava da capire come avesse fatto a lasciare la città. Di certo non con un mezzo pubblico: molto probabilmente aveva rubato un'auto, e se era vero che aveva lasciato la casa della sorella appena dopo le sei, a quest'ora avrebbe dovuto aver percorso circa trecento chilometri.
*
Jane aveva fame, ma non riusciva a mandare giù neanche un boccone di hamburger.
Sapeva che era la vicinanza di Karl a farla sentire così, e cercava per quanto possibile di non pensarci.
Bevve un lungo sorso di coca-cola, pensando alla sua famiglia e a come sarebbe stato essere insieme a sua mamma, suo papà e sua sorella, a ridere e a scartare i regali sotto l'albero.
Il suo papà sarebbe tornato presto dal suo viaggio, e lei non vedeva l'ora di poterlo riabbracciare, dopo tanto tempo.
Deglutì nel tentativo di liberarsi di quel nodo alla gola.
Un'imprecazione di Karl la fece sobbalzare.
Lentamente, mise via il sacchetto con il panino mangiato a metà e la coca-cola; strinse le braccia contro i fianchi e afferrò con una mano la medaglietta del santo che aveva posato sul sedile accanto a sé.
"Ti prego" pensò, rivolta al santo, "fammi tornare a casa. Ti prego."
*
"Signora Donovan, l'agente Ortega vuole parlare con lei." Isabel Wright entrò nel salottino riservato agli ospiti seguita da Manuel Ortega e da un altro uomo, alto, sulla quarantina.
L'espressione grave che leggeva nei loro occhi le raggelò il sangue; non riusciva a parlare, né a muoversi. Con lo sguardo cercò la madre, Beatrice, e vide che anche lei era notevolmente impallidita.
Con una lentezza che non le era propria si alzò per andare incontro ai due uomini.
"Non è quello che pensa" la tranquillizzò Manuel, e Cate si accorse di aver trattenuto il respiro.
"Sono l'agente Henry Clark" si presentò il secondo uomo. "Da quello che sappiamo, Jane sta bene."
Poi, prima che potessero fargli domande, spiegò loro come il portafoglio di Cate fosse stato raccolto da Anne Cooper, sorella di un detenuto evaso. Riassunse brevemente le informazioni in loro possesso, rassicurando i presenti che la polizia non riteneva plausibile la fuga dell'uomo verso il Messico.
"Abbiamo allarmato tutti gli agenti della Polizia Stradale di fermare un uomo che viaggia con una ragazzina con al collo la medaglia di San Cristoforo" concluse Ortega. "Non crediamo voglia farle del male, ed inoltre ha detto alla sorella che, una volta al sicuro, avrebbe liberato Jane."
La mente di Cate sembrava non registrare più alcuna notizia: Jane, la sua bambina, era nelle mani di un assassino, e Dio solo sapeva cosa avrebbe potuto farle.
"Signora Donovan" intervenne Henry Clark, "Cooper non sa che sappiamo della bambina. Se è diretto in Canada, come crediamo noi, non ci arriverà prima di altre tre o quattro ore. A Jane non verrà fatto alcun male: la considera un ostaggio prezioso finché non si sentirà al sicuro. Ma noi lo troveremo ben prima che possa attraversare la frontiera."
Sono le ventitré, realizzò Cate. Tra un'ora sarà Natale: Dio, fa che la mia piccola torni a casa sana e salva!
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Jane si era addormentata. Era stata una giornata lunga, ed era normale per lei essere stanca.
Con un po' di fortuna dormirà per un paio di ore almeno, constatò Karl.
Il problema, una volta arrivati in Canada, sarebbe stato dove lasciare l'auto. L'avrebbe ripulita da ogni traccia che potesse essere ricollegata a lui, e poi forse avrebbe abbandonata nei boschi. Oppure il Niagara, proprio vicino a dove lui aveva intenzione di passare il confine…
Quella, si disse, era la scelta migliore.
E la mocciosa?
Non poteva essere ritrovata vicino al confine col Canada: la sua ragazza aveva sparso la voce che sarebbe andata in Messico, e di certo la polizia l'avrebbe cercato là.
"Mi spiace, bambina" mormorò a mezza voce, "ma farai un bel salto anche tu con la macchina."
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"Un aggiornamento sulla scomparsa della piccola Jane Donovan. Secondo un comunicato, la bambina si trova nelle mani del presunto assassino, Karl Cooper. L'uomo avrebbe minacciato di ucciderla in caso di un intervento della polizia. Maggiori informazioni nel prossimo notiziario."
Gli agenti Ortega e Clark non riuscirono a trattenere un'imprecazione.
Chi diavolo aveva sbandierato tutto ai quattro venti?
Cate impallidì, immaginando quali implicazioni potesse avere una simile fuga di notizie.
Marie parlò per la prima volta nelle ultime ore. "Non voglio che a Jane succeda qualcosa!" singhiozzò, aggrappandosi con tutte le sue forze al braccio della nonna.
"Stai tranquilla" disse Beatrice. "Non le succederà niente." Non si capiva, a quel punto, se stesse cercando di tranquillizzare se stessa, la figlia o la nipote…
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Karl spense la radio con un gesto furente. Sicuramente era stata Anne a spifferare tutto agli sbirri.
Non potendo cambiare il passato, restavano solo il presente e il futuro su cui fare pressione.
Per fortuna la polizia non sapeva su quale auto stessero viaggiando.
Lanciò un'occhiata alla bambina: dormiva ancora.
Tuttavia, costituiva un problema che andava eliminato al più presto: non poteva aspettare di arrivare al confine…
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Arthur McKay era in piedi davanti ad una cartina degli stati del Nord-Est.
"Partendo dal presupposto che Cooper avesse un'auto quando è uscito da casa della sorella, dopo le diciotto" disse rivolto al collega Lewis, "ha almeno cinque ore e mezza di vantaggio su di noi. Abbiamo diramato l'allarme per tutto il confine, ma non possiamo dire con sicurezza che, con questo traffico, si riesca ad individuare Cooper prima che lo oltrepassi."
"E se fingessimo un incidente sulle strade più trafficate, costringendo gli automobilisti ad convogliare su una corsia? Anche se per farlo dovremmo anche bloccare tutte le uscite per evitare che Cooper decida di prendere la prima uscita disponibile…" propose Marcus.
"E questo è un rischio: se si dovesse sentire braccato, non possiamo prevedere come potrebbe reagire. Non dimentichiamo che ha con sé la bambina."
Marcus sospirò.
Sembrava una situazione senza uscita. Volevano arrestare Karl Cooper ad ogni costo, ma non potevano mettere a repentaglio la vita di quell'innocente.
"Forse c'è uno sviluppo, capo." Un poliziotto entrò senza bussare nell'ufficio del suo superiore.
Né Arthur né Marcus, però, ci fecero caso, e attesero che Anton Foley parlasse.
"Un agente della Stradale, Chris Tompson, ha detto di aver sentito una cameriera di un fast food sull'autostrada, tra le uscite 39 e 40, parlare di una ragazzina con al collo una catenina di San Cristoforo a bordo di una Toyota marrone."
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Senza che se ne rendesse conto, erano passate un paio d'ore da quando aveva ascoltato alla radio gli aggiornamenti su Jane Donovan, e ancora nessuna macchina della polizia gli era passata accanto.
La mocciosa sembrava dormire profondamente, e non poteva dire che la cosa lo disturbasse.
Le auto davanti a loro procedevano a passo di lumaca e aveva impiegato oltre mezz'ora per raggiungere l'uscita più vicina.
Ora che aveva deciso di sbarazzarsi della bambina prima di arrivare al confine, si sentiva più sollevato.
Mancavano appena due chilometri per uscire dall'autostrada.
Aveva smesso di nevicare, ma la strada stava diventando via via piena di fanghiglia ghiacciata, il che costringeva le auto a rallentare notevolmente.
Improvvisamente, l'auto davanti a lui frenò bruscamente, iniziando a sbandare.
"Maledetto imbecille!" sbraitò Karl.
Jane si mise a sedere, gli occhi sbarrati dalla paura.
Una decina di metri avanti a loro, una macchina aveva deviato dalla rampa d'uscita, causando confusione tra gli altri automobilisti.
Karl era riuscito a spostarsi dalla corsia di destra a quella centrale evitando per poco l'auto che sbandava. Pestò un pugno sul volante quando si accorse che avevano appena superato l'uscita.
Per la prossima, lo informò un cartello, ci sarebbero voluti venti chilometri, non più di mezz'ora se la strada non presentava irregolarità.
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L'agente investigativo McKay teneva gli occhi fissi sulla cartina appesa nel suo ufficio. "Se supera il confine…" mormorò più a se stesso che ad altri. "Nessuna notizia dalla Stradale?" chiese per l'ennesima volta.
Lewis scosse il capo.
Entrambi gli uomini si lasciarono sfuggire un sospiro di frustrazione.
Prima che uno dei due potesse rompere il silenzio venutosi a creare, Anton Foley rientrò in ufficio. "Un'ora fa Cooper e la bambina sono stati avvistati in una piazzola di sosta nel Vermont, vicino White River."
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L'auto correva a gran velocità.
Jane era sveglia, ma lo stesso preferiva stare raggomitolata sul sedile piuttosto che tentare di controllare la paura che le incuteva quell'uomo.
Era certa di aver sentito più volte fare il suo nome alla radio, benché il volume fosse basso.
Si sentiva gli occhi umidi e il naso chiuso: sapeva che non avrebbe potuto trattenere le lacrime ancora per molto, ma si sforzò con tutta se stessa di non cedere.
Strinse più forte la medaglietta di San Cristoforo, costringendosi a pensare a quando avrebbe finalmente riabbracciato la mamma, il papà e Marie.
Alla radio sentì nuovamente il proprio nome e quello dell'uomo. Qualcuno diceva di averli visti nel Vermont.
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Chris Tompson stava percorrendo con una velocità sostenuta l'autostrada.
Alla radio aveva sentito la comunicazione di un avvistamento di Cooper nel Vermont, ma lui non lo riteneva possibile. Qualcosa dentro di lui gli urlava che la soluzione del caso era lì vicino. Bastava solo sforzarsi un po' …
A quel punto, considerò, doveva aver raggiunto tutte le auto che erano state in coda al fast food, a meno che non avessero preso una delle uscite precedenti.
"Agente Tompson" si sentì chiamare dalla radio. "Sono McKay. La storia del Vermont era falsa" comunicò l'uomo dall'altra parte, e Chris non poté non trattenere un sorriso compiaciuto alla notizia. "Devo sapere tutto quello che può dirmi sulla Toyota marrone avvistata al fast-food."
Chris non se lo fece ripetere e gli spiegò che per tutto il tempo si era sforzato di ricordare un particolare della targa che lo aveva incuriosito, ma inutilmente.
Avvertì McKay sospirare dall'altro capo.
Aveva quasi raggiunto un'uscita; diede un'occhiata distratta alle auto che si spostavano sulla destra per imboccare la rampa quando vide qualcosa che gli fece illuminare il volto.
"Non era la targa!" esclamò. "Era un adesivo strappato con dei simboli orientali che avevo notato sul paraurti! Signore, sto seguendo la Toyota sulla rampa d'uscita 47."
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Ora che avevano lasciato l'autostrada, Karl si sentiva decisamente più rilassato, anche se era sempre presente una sensazione strana, come di una rete che gli si stringeva attorno.
Il traffico era meno intenso, probabilmente la gente era già a letto, o di ritorno dalla messa di mezzanotte.
Era certo che la polizia non si sarebbe bevuta la storiella del suo costituirsi al termine della celebrazione di mezzanotte, ma lo stesso si immaginò la faccia degli agenti di guardia alla cattedrale quando tra pochi minuti non l'avrebbero visto da nessuna parte.
Quanto al Messico, sapeva che Paige aveva fatto quanto stabilito, ma dalle informazioni ottenute via radio non sapeva se la polizia stesse ancora seguendo quella pista.
E poi il Vermont. Chissà chi aveva fatto quella soffiata? Chiunque fosse stato, di certo gli aveva fatto un grosso favore, depistando ancora di più la polizia.
Tuttavia, restava ancora il problema della bambina. Non era certo che stesse dormendo, ma la cosa non lo riguardava.
Un luccichio nello specchietto retrovisore lo mise in allarme. Possibile che qualcuno lo stesse seguendo?
Pochi metri più avanti e ne ebbe la conferma: le luci di un albero di Natale si riflettevano sui lampeggiati sopra il tettuccio di una macchina che procedeva con i fari spenti. Un'autopattuglia.
A quel punto non aveva niente da perdere: aumentò l'andatura, e ancora, e ancora.
Se anche fosse morto, non gli importava: ciò che contava veramente era non marcire in una prigione.
"Ehi, mocciosa" abbaiò. "So che sei sveglia, è inutile fingere. Mettiti a sedere, e non fare una mossa, o sarà peggio per te. Lo sapevo che avrei fatto meglio a liberarmi di te da subito."
Schiacciò sull'acceleratore: settanta, ottanta, novanta. Quella maledettissima macchina andava troppo lenta!
Un'ulteriore occhiata allo specchietto gli confermò che a bordo dell'auto che lo seguiva c'era un solo poliziotto. Come avrebbe reagito se lo avesse visto sparare alla mocciosa e buttarla giù dall'auto? Certamente, si sarebbe fermato per aiutarla.
Con un ghigno, impugnò la pistola e si protese oltre Jane, che lo osservava spaventata, per aprire la portiera.
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Chris Tompson aveva capito che Karl lo aveva individuato. Tramite radio riferì al quartier generale che ora l'uomo andava a folle velocità, incurante del ghiaccio che ricopriva le strade.
Con l'ordine di non lasciarselo sfuggire, McKay gli assicurò che presto sarebbe stato raggiunto da altre pattuglie.
Con orrore, Tompson guardò la Toyota attraversare un incrocio sfiorando i cento chilometri orari, evitando per un pelo un'altra auto.
L'orrore crebbe quando vide la portiera del lato passeggero aprirsi, e dentro l'abitacolo Jane cercare di tenere testa a Cooper.
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Quell'uomo era pazzo, Jane non ne aveva alcun dubbio: stavano andando velocissimi su una strada piena di macchine!
Rimase immobile mentre Karl le staccava la cintura di sicurezza e apriva la portiera del passeggero, tenendo sempre la pistola in mano.
Voleva spararle, realizzò, e gettarla fuori dalla macchina.
Senza sapere come, riuscì a colpire Karl in un occhio; l'uomo imprecò, lasciando andare il volante e schiacciando il freno; la macchina sbandò senza alcun controllo, per poi andare a sbattere contro un cespuglio poco distante.
Seppure a stento, Karl riconquistò il controllo dell'auto, riportandola sulla carreggiata: una mano a tenere il volante, l'altra a impugnare il calcio della pistola. Si voltò minaccioso verso Jane e, senza pensarci oltre, sparò.
Scappa, Jane. Scappa.
Quella voce nella sua testa risuonava come se qualcuno le stesse davvero impartendo un ordine.
Non se lo fece ripetere: si raggomitolò, come aveva spiegato l'insegnante di educazione fisica, e si lanciò fuori dall'abitacolo, appena prima che un proiettile si conficcasse sul sedile, dove pochi attimi prima c'era la sua testa.
"Cristo! La bambina si è buttata giù dall'auto in corsa!" esclamò.
Inchiodò e ignorando le domande dei colleghi alla radio corse verso Jane, che lentamente stava rialzandosi e scrollandosi la neve dai vestiti. Per fortuna il manto bianco aveva attutito la caduta, altrimenti Chris non osava pensare alle conseguenze di un gesto simile.
Non fece in tempo a gioire, che la Toyota puntava dritta contro di lei.
Il volto di Cooper, notò Chris, era stravolto dalla rabbia.
In pochi secondi coprì la distanza tra lui e la bambina e, prendendola in braccio, si gettò di lato, appena in tempo per evitare di essere travolti dall'auto.
Con un rumore di vetro infranto e lamiere, la Toyota si ribaltò su un fianco.
Il silenzio che ne seguì fu rotto dalle sirene in avvicinamento.
Chris rimase in ascolto per qualche secondo, la tensione che scivolava via dalle sue membra mentre stringeva ancora Jane tra le braccia.
"Voglio tornare a casa" mormorò una vocina al suo orecchio.
"Sì, piccola. Ora andremo a casa. E, Jane: buon Natale."
*
Nonostante le insistenze, Cate non era voluta ritornare a casa, dopo la funzione di mezzanotte.
Era convinta che, restando là dove Jane era sparita, avrebbe fatto qualcosa per ritrovarla.
Erano trascorse più di dieci ore da che non aveva notizie della sua bambina, e neanche le parole del reverendo le erano state di qualche conforto.
Cosa avrebbe fatto senza Jane?
E suo marito? L'avrebbe accusata di essere una pessima madre, e a ragione.
La presenza di Marie e di sua madre le aveva fatto forza, impedendole di lasciarsi sopraffare dall'angoscia, ma lo stress cominciava a essere troppo, e Cate non era certa di riuscire a controllarsi ancora.
L'agente Ortega si avvicinò a Cate: sorrise e fece un segno d'assenso.
La donna scese dall'auto e lo raggiunse.
"Sta bene. La stanno riportando a New York con un elicottero della polizia. Sarà qui tra un'ora al massimo."
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Il telefono a casa di Anne Cooper fece due squilli prima che la voce concitata della donna rispondesse.
"Le sue informazioni sono state di grande aiuto" esordì Marcus Lewis. "Jane Donovan sta bene e sta rientrando in città. Suo fratello Karl resterà in prigione per molto tempo. Sono certo che le cose andranno meglio, d'ora in poi."
"Grazie" mormorò Anne. "Grazie di tutto."
***
La mattina di Natale era limpida e fredda.
Erano le undici quando Cate, Marie e Jane arrivarono in aeroporto.
Tom Donovan non si fece attendere: dopo neanche dieci minuti, le porte dell'area Arrivi Internazionali si aprì, lasciando passare un uomo alto, dai capelli biondo cenere, che, a dispetto dell'anagrafe, sembrava aver superato da poco la trentina.
Il suo volto si illuminò quando vide, tra la folla in attesa, la moglie e le figlie.
"Bentornato, papà!" esultarono le bambine, saltandogli quasi addosso.
Salutò entrambe con un bacio e poi si rivolse a Cate: non gli sfuggì l'ombra di stanchezza che le scuriva il volto, come di chi ha dovuto sopportare il peso del mondo sulle proprie spalle per troppo tempo.
"Allora" chiese infine, "cosa hanno fatto le mie ragazze, la vigilia di Natale?"
Marie e Jane trattennero il respiro, lanciando un'occhiata alla madre: sorrideva, nonostante tutto.
Le bambine scoppiarono a ridere, sotto lo sguardo perplesso del padre.
Fu Jane a prendere la parola. "Dopo, papà. Per ora, buon Natale."