

TUTTO IN UNA NOTTE
Indice
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L'avventura della piccola Jane
(Categoria: Noir/Thriller)
Note: nessuna
Corto Maltese e il labirinto dei sogni millenari
(Categoria: Corto Maltese)
Note: nessuna
La notte eterna
(Categoria: Crossover: Harry Potter - Sandman)
Note: nessuna
Quattro accordi in croce
(Fandom: Nana)
Note: nessuna
Turno di notte (Me and my Duncan)
(Fandom: Crossover: Scrubs - Torchwood)
Note: Slash

Anonima Autori, (c) DK86, Jean Genie, Nisi Corvonero, Reader Not Viewer.
Layout di Lan Awn Shee.
L'immagine usata per il layout è di Rain.
L'immagine usata per la categoria è di Hugo Pratt.
I personaggi e le situazioni presenti in questa storia appartengono a Hugo Pratt e a chi ne detiene i diritti. L'autore non scrive a scopo di lucro e nessuna violazione del copyright è intesa.
Per citare, riprendere, tradurre questa storia, in parte o in toto, occorre l'esplicito permesso dell'autore.
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Premessa
Nel 1921 Corto Maltese parte per la Via della Seta alla ricerca del tesoro di Alessandro Magno, per la lunga avventura raccontata nel volume "La casa dorata di Samarcanda", che lo vede coinvolto nelle complicate lotte tra etnie e nazionalismi diversi dell'Asia centrale. Non è specificato quando ritorni, ma la storia successiva si svolge in Sudamerica intorno al 1923.
La storia che ho inventato si svolgerebbe sulla via del ritorno di Corto dall'Iran, nella città di Aleppo, durante il 1923, appena dopo la spartizione del Medio Oriente tra Francia e Inghilterra (la Siria al mandato francese) negli anni successivi alla Prima Guerra mondiale e al crollo dell'impero turco. Da Aleppo Corto partirà a bordo dell'Orient-Express, così come qualche anno dopo Hercule Poirot nel famoso romanzo di Agatha Christie.
A parte Corto Maltese e Bocca Dorata, nessun personaggio di questa storia esiste nei fumetti originali di Hugo Pratt.
§§§
"Corto, ricordi quella strana notte in Oriente?"
La bella veggente creola passò la punta delle dita sulla fila di tarocchi, avvolta dal gioco d'ombre della veranda di Bahia.
"Ricordo una notte ad Aleppo che sapeva d'olive e sacchi di spezie. Ma dimmi, Bocca Dorata. Come puoi ricordare anche tu? Non eri con me."
"Sì, Corto, c'ero anch'io. Ero il piccolo venditore di dolci che prima del tramonto ti offrì miele e pistacchi sotto la Cittadella."
"Ora capisco perché il bambino dei pistacchi avesse lentiggini che sembravano polvere d'oro."
"Ah Corto, Corto! Non puoi davvero fare a meno di perderti nei sogni. E il sogno di quella notte, non me lo hai mai raccontato."
"Allora te lo dirò adesso, mia cara amica. Guarda, tra le volute di fumo azzurro del sigaro già puoi vedere un minareto, una mezzaluna, un edificio di pietra bianca."
"Oh sì. Li vedo. E sulla veranda dell'edificio, stanno due figure. Non sono arabi, mi sembra. E quello bruno porta un orecchino…"
Il cielo vespertino s'imbeveva di languido azzurro oltre le tende lievemente sollevate dalla brezza.
Due uomini chiacchieravano sulla veranda dell'Hotel Baron, un elegante edificio di pietra dalle linee orientali: alti, pittorici, una testa bionda ed una bruna, contro lo sfondo puro della sera, e dalle labbra di uno, quello vestito da marinaio, il fumo pigro di un sigaro. Corto Maltese lasciava passeggiare lo sguardo gattesco tra i tetti delle case in stile turco e i minareti arditi delle moschee su cui poco prima aveva scorto le sagome scarne dei muezzin che chiamavano alla preghiera del tramonto. Il cielo non era che una moschea di lapislazzuli, con la falce di luna nascente che faceva da puntale della cupola.
Chiaro e diritto come una spiga di grano, il tedesco accanto a lui fissava astrattamente qualcosa che forse non era nei tetti, nelle case di legno e pietra, e persino nel cielo. Ogni tanto il ghiaccio tintinnava in fondo al bicchiere che teneva nella mano ossuta, con una delicatezza quasi musicale che tradiva l'indolenza dell'aristocratico sconfitto sotto il piglio del militare a riposo.
"I Francesi tratteranno questa gente come sudditi inferiori" diceva. "Nemmeno l'impero ottomano ha mai osato tanto." Sulla lingua francese della conversazione abbatteva in segno di sfida i colpi di martello dell'accento teutonico.
"Un vizio molto europeo, barone Von Dahl. I suoi connazionali non si comporterebbero diversamente."
Il tedesco strinse la mascella dura da figlio della Prussia, ma con lo strano effetto di accentuare la linea adolescenziale delle labbra. Corto ripensò al volto di una persona che aveva conosciuto in guerra, sul Fronte Occidentale: un giovane aviatore dal cuore di fringuello che era diventato troppo leggendario per morire di vecchiaia. Manfred Von Richtofen, il Barone Rosso.
"Una volta" rispose il tedesco "un uomo mi disse che la più profonda scienza dell'amore è amare ciò che si disprezza. Ebbene, saprà meglio di me che in questa scienza sono maestri i suoi amici inglesi. Ma temo che noi tedeschi non ne siamo capaci. Negli amori, come negli odi, siamo troppo categorici. Avremmo governato questa gente amandola o odiandola apertamente." Il barone depose il bicchiere sul parapetto. "Sa chi mi disse quelle parole? Un archeologo inglese fresco di studi come me, circa dieci anni fa, proprio qui ad Aleppo. Si chiamava Lawrence. La guerra lo tramutò in un mito. Lawrence d'Arabia."
Corto soffiò una nuvola di fumo aromatico, come se il pensiero stesso sciogliesse le spire davanti al suo viso. Guardando le fotografie di Lawrence sui giornali aveva pensato: questo è un uomo che avrei paura d'incontrare…
"Ma Corto! Proprio tu? Tu che hai affrontato pirati, mercenari, assassini di mezzo mondo avresti temuto lo sguardo di quell'uomo?"
"Sì, Bocca Dorata, è proprio la cosa che ho pensato."
"Forse perché quell'uomo ti somiglia. O somiglia a ciò che potresti diventare."
"Può darsi. Ha anche la mia stessa età. Posso continuare?"
"Solo se la smetti di divagare, amico mio."
"Un sorso di rum mi scioglierà la lingua."
"Ogni scusa è buona, vero Corto? Mi ricordi tanto quel folle poeta persiano, Omar Khayyam. Ti ho raccontato di quando lo incontrai a Samarcanda? Era il 1072..."
Il tedesco attese che il fumo si disperdesse nella brezza aleppina profumata di sesamo e cumino. In basso, sulla strada, il venditore di succo di liquerizia chiamava i clienti con un campanello di rame: portava un corsetto rosso ricamato e pantaloni bianchi alla turca, come fosse un vecchio giannizzero resuscitato. Passavano asini carichi d'acqua che risalivano dal fiume verso Bab el Faraj, la porta occidentale, garzoni che correvano a casa, qualche ufficiale francese diretto al vicino Club. Delle cose di cui la guerra lo aveva privato, quella che rimpiangeva di più era la purezza della percezione. Nel suono innocuo del campanello di rame, vibrava il battere stanco dei cucchiai nelle gavette del rancio; il colore del crepuscolo sarebbe stato per sempre rigato dai fasci di luce della contraerea. La guerra corrode l'anima per sempre.
"Avrei un favore da chiederle" disse piano e chinando appena la testa verso l'orecchio dell'interlocutore. Una ciocca dei capelli biondi che teneva perfettamente ordinati e fermi cadde sulla tempia come segno di resa ad una confidenza che si era sforzato finora di nascondere. "Mi ha detto che domani partirà per Londra. Vorrei che portasse una lettera con sé."
Il barone estrasse una busta dalla tasca e la passò nella mano di Corto. "Le do la mia parola che non ha nulla da temere. È soltanto un messaggio personale da consegnare a un vecchio amico. La prego. In altro modo sarebbe intercettato e frainteso. Le sarò enormemente grato per questo favore."
"A chi dovrò portare la lettera?"
"Al colonnello Lawrence in persona."
Corto non immaginava che, proprio dietro la tenda appena sollevata dalla brezza, qualcuno stesse appostato ad ascoltare.
Che quel qualcuno non fosse riuscito a sentire granché della conversazione, a parte poche parole sparse ma per nulla innocue come "francesi", "guerra" e la pericolosissima sequenza di suoni che formava "Lawrence".
Che la busta bianca passata da una mano all'altra avesse persino provocato un sussulto di sdegno in quel personaggio protetto dall'ombra. E che infine lo stesso qualcuno non avesse perso tempo e si fosse affrettato a prendere i provvedimenti del caso.
Ma già dieci secondi dopo aver lasciato il barone Von Dahl sulla veranda ed essere entrato nel salone dell'albergo, Corto era assolutamente sicuro di essersi messo un'altra volta nei guai. E quella non era proprio la sua intenzione a poche ore dalla partenza dalla Siria.
Non ci voleva tanto a capire che il barone non era soltanto uno studioso di antichità orientali, ma, come qualsiasi tedesco presente in Medio Oriente, una spia. E con gli Arabi furiosi per l'esito delle trattative di pace, le quali non avevano portato ad altro che alla spartizione tra Inglesi e Francesi delle terre comprese tra Mediterraneo e Golfo Persico, che cosa poteva fare una spia tedesca, all'occorrenza, se non raccogliere quello scontento e trasformarlo in rivolta? E Lawrence? Dicevano che si fosse ritirato per protesta o per la vergogna di non aver dato agli Arabi ciò che aveva promesso all'inizio della grande rivolta del deserto: la libertà e l'indipendenza. Si diceva anche che nutrisse qualche simpatia per la Germania. Non era difficile fare due più due.
"Ma una parola è una parola" pensò Corto. E con questo, e con un "Al diavolo!" mormorato tra i denti, chiuse la questione. Avrebbe incontrato Lawrence in Inghilterra.
All'ingresso nel salone un cameriere in guanti bianchi gli tese il vassoio dei liquori. Corto rifiutò, mentre già rispondeva con un cenno al saluto di una giovane donna dalla pelle delicata e gli occhi miopi e di un minuto gentiluomo di mezza età.
Sperava di cavarsela con quello e con un "Mademoiselle D'Hubert..." ben scandito per essere libero di lasciare la sala, ma la signorina lo arpionò con un "Monsieur Corto, ci domandavamo dove fosse finito!" che non lasciava nessuno scampo, nemmeno ad un pesce notoriamente scivoloso come lui.
Da quando Corto aveva avuto la sventurata idea di visitare la missione archeologica di M. D'Hubert durante una sosta del viaggio da Baghdad, sua figlia, la mademoiselle in questione, gli si era attaccata addosso come una di quelle alghe fastidiose che si formano sotto la chiglia delle navi e ne rallentano la corsa. Sarà perché, più che una vera missione archeologica, quella di Monsieur D'Hubert era ancora un campo di esplorazione per il futuro scavo alla città del terzo millennio avanti Cristo, ma la ragazza si annoiava, e per passare il tempo si era convinta di essere follemente innamorata di quel viaggiatore dai gialli occhi felini...
"Corto, non fare il vanitoso!"
"Il rum, Bocca Dorata. Il mio bicchiere è ancora vuoto, non vedi?"
M. Kremer, l'uomo che accompagnava la ragazza, non aveva fatto nulla per nascondere il tipo di occhiata pungente, per non dire vagamente caustica, che da tempo, nella sua personale catalogazione di "espressioni da cui aspettarsi fregature", Corto aveva assegnato alla casella compresa tra gli squali che nel 1914 quasi se l'erano mangiato al largo delle Isole Salomone e la duchessa Marina Seminova, morta ammazzata in Manciuria nel 1918 mentre gli puntava una pistola al cuore. Tanto per capirsi, l'occhio furbo e poco raccomandabile del suo vecchio amico Rasputin era ancora parecchie caselle indietro, più vicino a quello di una certa crocerossina del Devon che alle pupille grigie di Monsieur Kremer.
"Speravamo di cenare insieme a lei" disse la ragazza con un sorriso eccitato. "Sono stufa della solita cucina di questo albergo! M. Kremer conosce un posto che…"
"Per l'esattezza un posto molto turco, Monsieur" specificò Kremer. "Constance nutre troppo immeritato entusiasmo per tutto ciò che si collega a questo aggettivo."
Corto spostò gli occhi dell'uomo un po' più verso la casella degli squali. Capì perché non era mai riuscito a farsi dire da lui quale fosse di preciso il suo lavoro presso l'ufficio del governatore francese. "Mi piacerebbe molto," disse "ma ho davvero poca fame e alcune faccende da sbrigare prima della partenza di domani. Sarò felice di ritrovarvi più tardi."
Constance arricciò infantilmente le labbra per il disappunto. Non avrebbe potuto sfogare la propria insoddisfazione che con M. Kremer o con ospiti dell'albergo di cui non le importava nulla - un colonnello inglese, un paio di viaggiatori francesi (per carità!), un gruppetto di diplomatici francesi e americani (mio Dio, ancora loro!), un altro buffo inglese, Mr. Greer, un tenente Le-qualcosa che doveva avere già incontrato a Damasco (noioso, noioso!) e il barone Von Dahl (che uomo malinconico!) rientrato dalla veranda. Corto era già sparito dal salone.
Dall'architrave traforato e un po' storto del grosso portone non s'irradiava alcun barlume di luce. Tirò un'altra volta la corda del campanello, ma inutilmente. Nessuna lampada in movimento verso l'ingresso né al secondo piano della casa antica, dove le finestre e il balconcino di legno apparivano scuri e inespressivi come tasche vuote. Strano, pensò Corto. Non era troppo tardi e Von Dahl gli aveva detto che Arek Zepur, l'armeno, apriva la bottega a tutte le ore, perché non dormiva mai. O meglio, dormiva ma ad occhi aperti, di giorno, su una grossa seggiola intarsiata di madreperla.
Tastò il documento che portava in tasca. "Credo che tu abbia perso la tua occasione, vecchio mio" disse. Si riferiva al foglio di appunti che Baron Corvo, erudito di Venezia, gli aveva affidato prima di morire. Alludevano a un manoscritto bizantino nascosto ad Aleppo che rivelava il luogo in cui si era arenata l'Arca di Noè alla fine del Diluvio. Corto ne aveva parlato col barone Von Dahl, il quale gli aveva consigliato di rivolgersi all'armeno. "Se c'è una persona ad Aleppo che può dirle qualcosa su un manoscritto bizantino, è lui" aveva detto.
Ma Arek non era in casa e Corto doveva salire su un treno tra poche ore. Per questa volta doveva prendersi un punto di vittoria sulla propria curiosità. Si ritrovò persino contento di non aver dato a Baron Corvo l'ennesima occasione di prendersi gioco di lui. 1)
Diede un'occhiata intorno. In cima al campanile della vecchia chiesa all'altro capo di quella via appartata di Jdeideh, il quartiere armeno, la croce svettava come una colomba dipinta tra le stelle. Avrebbe potuto trovarsi a Istanbul, a Venezia, a Siviglia, e avvertire lo stesso sereno arrendersi alla storia delle case in gloriosa decadenza, lo stesso odore di muffe millenarie, lo stesso respiro di spezie e caffè.
Ancora nessun segno di vita, dalla casa di Arek. Diede un ultimo scossone al campanello e prima che finisse di suonare sentì qualcosa crollargli sulla nuca e un boato doloroso. Il mondo divenne all'improvviso vuoto.
Camminava. Forse galleggiava. Era sempre la stessa città, alla fine. Tortuosa, millenaria, fradicia di storia, la scatola magica di specchi sibillini e sogni dorati che l'aveva ossessionato da bambino. L'indolente decadenza dei legni vecchi era sempre quella, i selciati consunti, gli architravi obliqui per lo sprofondare lento dei piani stradali, gli odori stratificati di cucine fenicie, greche, romane, arabe, turche, armene, veneziane. Il fabbro arabo batteva il rame nell'antica bottega bizantina, la massaia spazzava lo stesso pavimento tirato a lustro da una serva al tempo della prima Crociata. Era l'Oriente? Era la storia? Era lui stesso, figlio di dieci civiltà, nato dal sangue del Mediterraneo e dell'Europa, già vecchio in un mondo che diventava troppo nuovo?
Peccato che non stesse davvero camminando. No, era disteso su qualcosa che non ricordava nemmeno lontanamente la morbidezza di un letto.
Stava sognando, accidenti. Aprì gli occhi, ma per trovare il buio. E prima del dolore alla testa, avvertì un odore talmente pungente da affondargli in gola come una trafittura di spada.
"Ma porc…" mugugnò sollevandosi a sedere, per esplodere in una scarica di tosse appena l'aria densa ebbe finito di impregnargli i polmoni. Era lo stesso odore che si respira nei frantoi, olio grezzo, sentina di olive e semi macinati, e tuttavia, man mano che l'olfatto si adattava snebbiando la percezione, Corto fu sorpreso di cogliere in mezzo a quella pasta agra, come una striscia di colore chiaro su uno sfondo bruno, un profumo di gelsomino, di cannella, di chiodi di garofano.
Si massaggiò la nuca indolenzita. Tastò il pavimento, perché sentiva la testa confusa. C'era una tenue traccia di luce, passava da sotto la soglia della porta chiusa. Esplorò intorno a sé e raddoppiò il malumore accorgendosi che del berretto non c'era traccia, lo aveva perduto, avrebbe dovuto viaggiare senza.
"Sono un imbecille" pensò, perché il problema adesso non era fare il viaggio di ritorno a testa nuda, ma sopravvivere abbastanza per cominciarlo. Non aveva idea di quanto tempo fosse passato. Sembrava ancora notte, là fuori, e sperò soltanto che fosse sempre la stessa di quando aveva tirato il campanello della casa armena.
Finalmente udì dei passi e lo scatto della serratura. Fu come l'esplosione di un sole, appena la luce entrò. Poi, abituati gli occhi alla lampada, Corto si vide parati davanti tre uomini. Tre paia di baffi e tre facce olivastre, turche o levantine, delimitate da un fez e una cravatta.
"Dove hai nascosto la lettera?" disse uno. Parlava con un accento probabilmente turco.
Corto finse di cadere dalle nuvole. Si grattò la testa. "Lettera?" disse.
Quello più mingherlino ma parecchio più nervoso, lo stesso che aveva fatto la domanda, lo afferrò per il colletto. "Ti abbiamo trovato addosso soltanto questa" ringhiò, agitando nell'altra mano gli appunti di Baron Corvo. Il disegno dell'Arca di Noé sventolato furiosamente dalla mano del turco sembrò a Corto talmente comico da provocargli l'impulso di ridere. "Dove sta la lettera?"
"Non ne ho idea."
Corto sapeva benissimo che una risposta del genere portava a un solo tipo di conseguenza. Era una delle cose che gli aveva insegnato l'esperienza. Il ceffone, dopo, arrivava sempre. Di solito lui cercava di ricambiarlo o almeno di schivarlo. Ma la pistola puntata da uno dei tre lo aveva reso prudente. Se lo prese in pieno.
Quello che portava la lampada alzò la voce. Non parlava in arabo e quindi Corto non capì nulla, ma era fin troppo chiaro che cercava di calmare l'autore dello schiaffo. I tre cominciarono a confabulare. Distorti dalla luce bassa della lampada, sembravano tre corvacci che battessero le ali. Doveva uscire da questa brutta situazione. Un calcio alla pistola forse li avrebbe confusi per un po' e lui sarebbe fuggito nell'oscurità. Oppure avrebbe potuto inventarsi qualcosa sulla lettera.
Ma prima che mettesse in atto qualsiasi piano, l'uomo della lampada parlò. "Abbiamo commesso un errore, signore. La lasceremo andare." Il fez s'inchinò servizievolmente.
Qualche minuto dopo Corto era di nuovo libero e solo, nella strada. Lo avevano condotto tra piramidi di panetti di sapone. Sapone a quintali, verde e lucido come foglie d'olivo, accumulato in pile alte ed ordinate che riempivano vaste sale di pietra. L'odore fastidioso era quello dell'olio usato per produrre i pregiati panetti. Lo avevano tenuto prigioniero, anche se per poco, in una fabbrica di sapone.
Corto pensava che certe volte era un tantino stanco di essere l'eroe della storia. Infilarsi volontariamente in una situazione di pericolo era una cosa, e non si era mai sognato di lamentarsi più del dovuto quando, conciato da beduino, era finito nei guai nel deserto dello Yemen, per esempio, oppure quando aveva permesso a quello psicopatico di Rasputin di accompagnarlo. Ma stavolta no, era diverso, e lui pretendeva soltanto di salire su un treno per l'Europa come un qualsiasi viaggiatore…
"Oh Corto! Menti sapendo di mentire. Se avessi davvero voluto comportarti come un viaggiatore qualsiasi, non saresti andato di notte a casa di uno strano armeno per chiedergli dove si trovasse l'Arca di Noé. Quante persone credi che vadano in giro a cercarla?"
"Più di quante immagini."
"E poi non avresti dovuto accettare la lettera di una spia tedesca."
"Von Dahl era stato cortese…"
"E ti ricordava il Barone Rosso. Ottima ragione."
Corto dischiuse le labbra in un sorriso particolarmente adorabile.
"Ah, sei proprio senza speranza!" esclamò la bella veggente. "Allora sentiamo come andò a finire. Devi spiegarmi come i tre turchi avessero saputo della lettera che ti aveva consegnato il barone tedesco. E perché la cercavano? Conoscevano il barone? Volevano evitare che contattasse Lawrence in Inghilterra?"
"Ogni cosa a suo tempo, amica mia. Prima devi immaginare una cosa bellissima. Una fortezza in cima a una collina dalla forma di un tronco di cono perfetto, come il castello di sabbia di un bambino…"
Appena girato l'angolo, si trovò davanti una persona.
Era buio, ma grazie alla luna e alla nitidezza dell'aria non abbastanza da impedirgli di distinguere il dito che appoggiava alle labbra per imporgli silenzio.
"Mi riconosce?" bisbigliò l'uomo.
Corto annuì. Mr. Greer aveva viaggiato insieme a lui sul treno da Baghdad. Era un giovanotto inglese dal buffo naso celtico, l'espressione sveglia e l'aria snob di uno appena laureato a Oxford. Aveva un incarico nell'amministrazione britannica dell'Iraq. Corto pensò che quella notte tutte le spie presenti in Medio Oriente avessero deciso di occuparsi di lui.
"Anche se non sono direttamente responsabile, le faccio le mie scuse" disse l'inglese. "Temo che sia stato vittima di un terribile equivoco."
Ma proprio in quel momento la porta della fabbrica di sapone si riaprì e i tre turchi ne uscirono furtivamente.
"Mi perdoni, sir. Le spiegherò tutto in albergo. Adesso devo seguire quei tre idioti."
I quali idioti avevano appena imboccato un vicolo che scendeva verso la parte più vecchia della città.
Corto trattenne l'inglese per un braccio. "Crede che siano stati loro a far sparire Arek Zepur?"
"Ho paura di sì."
"Allora, se non le dispiace, verrò con lei. Ho bisogno di chiarirmi le idee su questa storia." Aggiungendo, ma solo a se stesso, che un giorno la curiosità avrebbe finito per tramutarlo in asino.
Inseguiti e inseguitori camminavano radente i muri come i ratti, là dove non arrivava il raggio tagliente della luna, finché all'improvviso - quasi fosse stato un salto nel vuoto dal bordo di un'alta scogliera - dal meandro del quartiere cristiano sboccarono nel vasto spazio aperto dal quale, come un vulcano al centro di una piana, sorgeva l'altura della Cittadella.
Perché nel cuore della città, visibile per miglia, quasi a sfidare le nuvole, si alzava una corona di terra e pietra talmente possente e aliena da sembrare un meteorite caduto dal cielo. Corto l'aveva vista di giorno come un cono di terra infuocata, inespugnabile, sormontato dall'enorme fortezza, e, certo per l'effetto del caldo, aveva creduto di udire il grido di battaglia millenario dei cavalieri arabi del Saladino e il rimbombo degli zoccoli sul ripido ponte di pietra che scavalcava il fossato. Von Dahl, la sua guida, lo aveva ricondotto al presente raccontandogli che solo cinque anni prima là dentro c'era stata una guarnigione tedesca.
Di notte, con la scarsa luce delle fiaccole in cima alle torri e i pochi fanali della strada, era un gigantesco fantasma sospeso nell'aria, una luna spenta accanto alla falce di luna splendente.
I tre turchi le girarono intorno per entrare nel suq dalla parte del Khan al-Wazir. Corto e l'inglese, che non avendo più alcun riparo avevano rallentato il passo, si affrettarono a raggiungerli prima di perderli nel labirinto coperto di uno dei più vasti e antichi bazar del Medio Oriente. Flauto e liuto suonavano in una sala da tè ancora piena di gente nonostante l'ora molto tarda, intrecciando languidamente la musica al profumo di tabacco speziato degli arghile. Porgevano alla notte lo specchio della sua dolcezza, avrebbe detto il barone Von Dahl dopo un bicchiere di troppo.
"Edonismo arabo" ironizzò l'inglese.
"Qualcuno ci troverebbe una contraddizione."
Mr. Greer sorrise con tutti i denti. "D'altronde persino in Scozia fanno qualcosa di buono. Il whisky."
Passarono sotto il muraglione decorato a strisce di pietra bianca e scura del Khan al-Wazir, il glorioso caravanserraglio medievale, ed imboccarono una delle basse gallerie del suq, buia come un pozzo senza fondo. A fatica, con il barlume di luce che cadeva dalle grate del tetto, scorgevano i catenacci che serravano le botteghe. Dovevano essere nel suq degli orefici. Temettero di aver perso i tre uomini che stavano inseguendo.
"Quelli, qua dentro, si muovono a memoria come i ciechi. Torniamo indietro" bisbigliò sconsolato Mr. Greer.
"Da questa parte" ordinò Corto. Inutile spiegare al ragazzo che non solo i gatti, ma anche certi uomini hanno un altro senso che li guida dove il buio e il pericolo si tagliano con il coltello. Gli stessi gatti e gli stessi uomini, avrebbe detto Rasputin, che da veri figli di puttana come Corto Maltese cadono sempre in piedi. Ma quella era un'altra storia.
Svoltarono nel suq dei tessuti, lo percorsero in tutta la lunghezza, entrarono in una via secondaria, e poi in un'altra, e girarono ancora, attenti a non scivolare nei canali di scolo, sui gradini messi a tradimento, sui selciati smossi dai passi pesanti del tempo. Al centro di una galleria, della quale non vedevano né la testa né la coda, capirono di aver perso l'orientamento. Si ritrovarono circondati solo da diverse gradazioni di buio, come sul fondo del mare, e per non cedere al terrore continuarono ad affondare in una nuova galleria. Videro un'ultima volta la luna oltre la finestra rotta di una cupola, per poi inabissarsi nelle gallerie più intricate e sporche, dove il labirinto non scioglieva i suoi nodi nemmeno in uno slargo, la piazzetta di una fontana, la rovina di un caravanserraglio. Non avevano idea di dove si trovassero. L'odore del cuoio suggeriva la galleria degli scarpai o forse dei decoratori di selle, dei fabbricanti di borse e di cinghie. E anche se avessero potuto dare un nome alle mercanzie nascoste dietro ai portoni, non avrebbero saputo ugualmente orientarsi. Ogni tanto, senza preavviso, stoffe sospese al soffitto li accarezzavano come lunghe mani di spettro, odori sconosciuti li sviavano subdolamente come sirene. L'unica guida era la debole traccia sonora di un passo, un'ombra che spariva dietro a un angolo invisibile, e la seguivano ormai certi di rincorrere non ciò che cercavano, ma l'illusione dell'uscita.
La città millenaria li stava inghiottendo nel suo ventre, pensava Corto, e i legni polverosi, gli architravi storti, le pietre scolpite si chiudevano intorno come la spirale che li portava giù, dove il passato si capovolgeva sul presente. Forse la stessa Cittadella non era altro che la torre di guardia messa alla porta di questo altro mondo.
Poi le mura svanirono ed improvvisamente furono avvolti dalla luce bianca della luna, perché se alle loro spalle c'era il suq, che avevano attraversato da un'estremità all'altra, per quanto stentassero a crederlo, già camminavano in una stradina aperta, una delle più vecchie della città.
L'orologio della torre batté l'una. In linea d'aria non erano dunque lontani da Bab al-Faraj e dall'albergo, che a Corto sembrava di aver lasciato da giorni, non da una manciata d'ore.
I tre turchi, che erano sempre ignari della loro presenza, procedevano qualche decina di metri più avanti. Si fermarono davanti ad un'imponente costruzione e bussarono. Corto e Mr. Greer fecero in tempo a vederli attraversare il portone.
"Che ne pensa?" chiese il giovanotto.
"Tre turchi che spariscono dietro il portone di un'antica madrasa. Una madrasa attaccata a una moschea. Moschea e madrasa austere come un convento. Questa storia mi puzza di setta religiosa."
"Così sembra, sir. Potrebbe trattarsi di sufi. Una tekje segreta, forse. Niente di male, a meno che non si mettano a rapire inglesi e venditori armeni di antichità." 2)
"Sua nonna sarebbe molto orgogliosa di lei, sa?" disse Corto. "Ma adesso, se permette, uno strano prurito mi dice che è arrivato il momento di sapere perché tre turchi maniaci mi hanno rapito e portato in una fabbrica di sapone."
L'inglese si grattò un orecchio. "Ecco, vede, quando lei è stato colpito alla testa davanti alla casa di Arek, io ero lì vicino. Ho visto tutto, e poi sono riuscito a seguire i suoi rapitori."
"Se penso che non si trovasse lì per caso non faccio la parte del paranoico, sbaglio?"
"No, no, infatti, lei è stato catturato al posto mio. Volevano me. Attendevano un inglese che stasera avrebbe incontrato Arek Zepur. Ma hanno creduto che fosse lei, sir. Ha avuto la sfortuna di arrivare pochi minuti prima di me."
Corto strinse gli occhi, solo per formare nella mente l'immagine pensosa del barone Von Dahl. Ai turchi non importava un fico secco della sua lettera per Lawrence.
"Le tre cornacchie hanno nominato una lettera."
Mr. Greer sorrise come uno studente preparato. Si frugò nella giacca e tirò fuori una busta. "Cercavano questa. È un documento che mi hanno affidato a Baghdad per consegnarlo ad Arek. Riguarda alcuni ufficiali turchi responsabili dei massacri di Armeni negli ultimi dieci anni. Arek Zepur è in grado di trovare i testimoni tra i rifugiati, qui ad Aleppo."
E con questa ottima notizia Corto ritrovò la speranza di prendere il treno senza altri intoppi e cattivi incontri. Tra il ritorno in albergo e la partenza avrebbe potuto pure infilare qualche ora di sonno.
"Sir," continuò l'inglese "è solo grazie a lei se non sono stato catturato, e non mancherò di segnalare alle autorità inglesi che senza i suoi sforzi non avrei mai trovato questo posto…"
"È stato un piacere. Possiamo tornare in albergo ora?"
"…ma sono costretto a chiederle un ultimo favore. Ho bisogno che lei resti qui a sorvegliare la madrasa mentre corro ad avvertire le autorità."
Nemmeno il tempo di trovare una risposta, anzi di tradurre la voglia di suonare una sberla al ragazzo in una sequenza di parole sufficientemente sensata, e Mr. Greer si era già dileguato. Corto restò di sasso, con lo sguardo vitreo incollato al selciato e la fastidiosa sensazione di essersi lasciato fregare da un fresco prodotto di college. Poteva dire addio al sonnellino, visto che avrebbe passato il resto della notte a tu per tu con la madrasa dei matti. Madrasa o, se si trattava di sufi, tekje segreta o quello che era.
La osservò meglio. Un cubo liscio, tranne che per il portale decorato che sembrava risalire alla stessa epoca della grande moschea omayyade della città, "costruita nell'VIII secolo dal califfo al-Walid ibn Abd al-Malik", aveva detto quella mattina il barone mentre la visitavano. Sentì salirgli dentro una risata isterica. Come diavolo aveva fatto a ricordarsi, ora, tra l'una e le due della notte, nel cuore della città buia e deserta, il nome del califfo al-Walid ibn Abd al-Malik?
A sinistra del cubo c'era la moschea, piccola ma elegante, come il minareto solido che torreggiava accanto alla falce lunare. Islam romantico ed eterno. A destra, invece, cominciava il muro di quello che sembrava un giardino, forse collegato alla stessa madrasa. Dal muro svettavano le chiome brune degli alberi, e di nuovo lo sguardo salì verso il cielo incantato, la luna gelida e serena, le stelle simili a minuti frammenti di specchio.
Quanto tempo ci avrebbe messo Mr. Greer a tornare? Un'ora. Di meno. No, di più. Però Mr. Greer aveva il passo svelto. E poi lì alla madrasa, o forse tekje, non succedeva un bel niente. Poteva benissimo andarsene in albergo. A dormire.
"Inglesi. Ti fregano sempre…"
"Corto, tu sei inglese."
"Per metà."
"Non importa. E ti faccio notare che dalla fabbrica di sapone in poi, e soprattutto lì davanti alla vecchia madrasa…"
"O tekje."
"…Sì, insomma, in quella circostanza, sei diventato una vera zitella lamentosa."
Corto distese le lunghe gambe sul tavolino. "Vogliamo proprio parlare di zitelle, Bocca Dorata?"
La dama creola fermò la mano che mescolava distrattamente il mazzo di carte. "A che punto eravamo rimasti col tuo racconto?"
Man mano che osservava il luogo, Corto definiva con maggiore nitidezza la sensazione inquietante che non aveva smesso di provare da quando i tre turchi erano spariti. L'attraversamento del suq deserto non era stato un passaggio occasionale, la parentesi oscura di un cammino cominciato e finito sotto le stelle. Erano usciti in una strada a cielo aperto, eppure non l'abbandonava l'impressione di non avere mai davvero lasciato la tortuosità del suq, ma di essere finito nel suo punto più profondo, l'occhio del ciclone, un'area magica in cui il cielo stellato non era che un inganno, uno specchio riflettente posto sulla cima di una cupola segreta nel cuore della caverna. E sotto lo specchio, il cubo di pietra della tekje appariva enigmatico come un simulacro.
Se quella notte era un sogno, adesso era giunto il suo momento culminante, quello in cui ci si risveglia spaventati o increduli o, al contrario, in cui i nodi incomprensibili che si sono intrecciati dall'inizio si uniscono nella visione più folle e più vera, per poi disperdersi per sempre.
Perciò, quando Corto si avvicinò alla facciata con la spavalda idea di verificare se il muro del giardino fosse scavalcabile, non fu troppo sorpreso di avvertire sulla nuca il tocco metallico di una canna di pistola e la voce che gli intimava di alzare le mani, muoversi ed entrare nella tekje. E in un certo senso, era più o meno preparato a ciò che vide poi, e non se ne sorprese, non diversamente da come non stupiscono le immagini di un sogno.
Era, in effetti, una tekje. Dalla stanza più remota sorgeva un canto intonato a bassa voce, ma penetrante come un odore prezioso, una nenia di frasi ripetute, di note lente, sostanza percepibile di una preghiera mistica che stava per librarsi nel suo volo più alto.
Accadeva in fondo, alla fine di un corridoio che sembrava una scala d'oro per le luci delle candele che, come bolle, galleggiavano sul pavimento e per gli infiniti riflessi tremolanti dei piatti e delle brocche sparsi sui tappeti. Pile e pile di libri rivestivano la parte bassa delle due pareti, ma il soffitto era invisibile, quasi sfumato in un'altra dimensione. Corto camminava, ma come sull'acqua di un lago notturno, e docilmente si lasciava portare verso il centro avvolgente del canto.
Da sola, una porta di quercia arabescata si spalancò, e la voce della preghiera esplose come il ronzio di un milione di api.
Se fosse entrato nel salone di un castello e avesse trovato una tavolata di cavalieri templari che si passavano di mano in mano la sacra coppa del Graal, avrebbe provato la stessa irrazionale certezza di essere passato in un altro tempo. Vide cavalieri selgiukidi alla presa di Gerusalemme, guerrieri mamelucchi pronti alla carica sull'esercito dei Mongoli, giannizzeri armati di tutto punto per l'assedio di Vienna, scimitarre dorate, faretre di cuoio e d'avorio, archi splendenti di madreperla, mantelli di Damasco, cinghie e cinture bulgare, iraniche, egiziane, turbanti candidi come conchiglie e stendardi di reggimenti ottomani scomparsi da secoli.
In quindici, venti, forse di più, su tappeti azzurri e oro, al centro di una sala ottagonale che sembrava un giardino di pietra, e tutti travestiti da guerrieri ottomani dei tempi antichi, si passavano cantando una coppa di rame e ne bevevano con gli occhi rovesciati all'indietro e la testa dondolante, inebriati dalla nenia, dal liuto, dal tamburo, dalla sostanza disciolta nell'acqua e dalle droghe che bruciavano nei bracieri di bronzo.
Là dentro la guerra non era stata mai perduta, il Sultano mai deposto, l'impero mai scomparso. Non esistevano le autorità francesi, i diplomatici inglesi, Aqaba e gli Arabi ribelli, la ferrovia portata dagli ingegneri tedeschi, le riforme, il petrolio, i cannoni e le mitragliatrici. La storia era solo una lenta decadenza, la muffa sul legno della casa, l'onore mai oltraggiato, la fratellanza eterna del reggimento.
A lui nessuno badava, forse neanche l'uomo che gli puntava la pistola contro.
"Folli" pensò Corto. "Una confraternita di sognatori."
In un angolo il fagotto legato e imbavagliato che cercava di attirare la sua attenzione doveva essere Arek Zepur, l'armeno. Già, c'era anche lui. Qualcosa bisognava pur inventarsi e tirare entrambi fuori di lì.
Ma non ce ne fu il tempo.
Spari, grida, un fragore di porte abbattute.
E i militari francesi, guidati da Mr. Greer, irruppero nella sala.
La bottega di Arek, l'armeno, era più simile a un museo che a un negozio di antiquario. Sui mobili a intaglio fine, stavano esposti sigilli antico-babilonesi, tavolette sumeriche, vasi romani, piatti bizantini e islamici, gioielli iranici, e molte altre antichità provenienti da tutto il Medio Oriente.
"La caverna di Ali Baba" scherzò Corto.
"Si accomodi pure" disse l'armeno, indicando una poltroncina bassa e straordinariamente elegante.
Il vecchio aveva stanchi occhi cerulei, pelle candida, capelli e baffi rosso spento. "Le va di sentire un po' di musica?"
La domanda era retorica. Aveva già adagiato l'ud, il meraviglioso liuto mediorientale, nel grembo. Non gli mancava che pizzicare la prima nota.
Una domestica portò un vassoio con due bicchieri di tè bollente e un piatto di dolci al pistacchio. "Be'," pensò Corto "non è certo la prima volta che faccio colazione alle quattro." Se ne sentì rigenerato.
Il suono dello strumento ricordava le chitarre andaluse e i liuti che nel Medioevo accompagnavano i versi dei trovatori. Alla fine di una lunghissima ed elaborata frase musicale, il vecchio si fermò per sorseggiare il tè.
"Una setta di pazzi. Dei veri pazzi che si credono guerrieri ottomani" disse il vecchio. "Si preparavano a seminare il terrore in tutta la Siria. I veri sufi s'indigneranno moltissimo per questa storia."
"Sono tempi molto confusi" osservò Corto.
"Ma a me non avrebbero fatto nulla, sa? Non mi hanno rapito per uccidermi. Volevano salvarmi. Incredibile, ma è proprio così. Volevano salvarmi dalla cospirazione di quelli che odiano di più, i nuovi Turchi, quelli che stanno modernizzando il paese e distruggendo il mio popolo. Per la confraternita sarebbe stato un bel colpo soffiargli da sotto il naso il vecchio Arek, che si prende cura dei nostri profughi, e impossessarsi della lista coi nomi dei peggiori assassini che hanno massacrato la mia gente."
"Con quella lista avrebbero potuto ammazzarli uno per uno."
Arek pizzicò le corde nervosamente. "Monsieur, lei sa che cosa ci hanno fatto?"
Corto fece cenno di sì.
Il vecchio riprese a suonare. Non aggiunsero una parola, ma sospettavano entrambi che nessuno degli assassini elencati nel documento di Mr. Greer avrebbe mai più pagato.
Quando tornò in albergo, trovò la sua stanza rivoltata dal pavimento al soffitto. L'avevano perquisita al millimetro.
Corto si abbandonò sul letto. Non aveva proprio la forza di arrabbiarsi, né quella di sospirare. Pezzi del bagaglio erano finiti pure nella vasca da bagno, e Dio solo sapeva dove avrebbe finito col trovare l'ultimo calzino. Il treno sarebbe partito tra poco più di un'ora. Il fischio del capotreno e via, addio Siria, addio Oriente, addio, e avrebbe dormito.
O si sarebbe finalmente risvegliato. Dipendeva dai punti di vista.
E il treno era all'alba, solo tra un'ora, e le palpebre pesavano, pesavano come parti indipendenti dal corpo, e si abbassavano contro la sua volontà, e la stanza era sottosopra, e lui doveva preparare il maledetto bagaglio.
Trovò la forza di sollevarsi, aprì la borsa sul letto e cominciò a raccogliere la biancheria sparsa per la stanza.
Bussarono alla porta. Non si preoccupò di mostrare il minimo entusiasmo per la visita di M. Kremer e dei suoi occhi grigi. Anche perché con lui c'erano quattro poliziotti.
"La lettera, prego" ordinò rudemente il francese.
Scena già vista. "Quale lettera, Monsieur?"
"La lettera che le ha consegnato il barone Von Dahl."
Corto non sapeva se scoppiare a ridere o suonare a Kremer un pugno sul naso. Entrambe le reazioni gli avrebbero fatto perdere il treno. "Non ho idea di che lettera parli. Non ho scritto a mia nonna, ultimamente."
Col peggior garbo possibile uno dei poliziotti si mise a perquisirlo minuziosamente. La lettera non venne fuori. Kremer uscì dalla stanza sbattendo la porta.
In effetti, non poteva trovare nessuna lettera. Corto non l'aveva più da molte ore.
La stazione di Aleppo era stata costruita sulla linea ferroviaria che univa Istanbul a Baghdad ed era diventata una delle spine dorsali dell'ultimo impero ottomano.
A Corto di tutto questo non importava niente. Se fosse arrivato con un ampio anticipo avrebbe meditato su come la modernità stesse cambiando il paese e sui vecchi e futuri viaggiatori europei che sarebbero passati da lì per agganciare la tratta asiatica dell'Orient-Express.
Ma al binario arrivò di corsa perché era in orribile ritardo, giusto in tempo per il controllo dei passaporti e dei biglietti. Gettò i bagagli sulla grata, si affacciò al finestrino per un'ultima occhiata, più per convincersi di essere davvero sul treno che per un vero interesse nei confronti della stazione.
E fu così che la vide. Capelli scuri, un delizioso abito verde e delicati fiocchi lilla sulle scarpe. Mademoiselle D'Hubert veniva sulla pensilina chiamando: "Corto! Corto!"
Lui, che non aveva trovato il tempo di salutarla dignitosamente, provò una certa vergogna di se stesso, ma inaspettatamente anche una grande gioia.
Corse verso il portello del treno.
"Corto!" gridò la ragazza, e gli si gettò tra le braccia. Ansimava e sorrideva. "Ti perdono di avermi salutato con un inutile biglietto," disse "ma solo per questa volta."
"Sono contento di salutarti qui, Constance. Davvero. Tanto."
La ragazza si guardò intorno con una buffa espressione dispettosa. "Ho un regalo per te."
Il capotreno lanciò l'ultimo fischio.
"Questo" disse lei, e mostrò ciò che aveva tenuto fino ad allora nascosto dietro la schiena. Il berretto di Corto Maltese.
"Non te l'aspettavi, vero? Era sulla soglia di quella casa nel quartiere armeno. Lo hai perduto quando ti hanno colpito. Io ti avevo seguito fin laggiù."
"Sei una ragazza d'oro, lo sai?"
"Prima o poi dovevi accorgertene" rispose Constance, un attimo prima di appoggiargli uno spensierato, gioioso, appassionato bacio sulla bocca.
La porta dello scompartimento si chiuse, il treno partì. Un tuffo al cuore. "Addio, Constance."
Corto frugò nel berretto. La lettera del barone c'era ancora. Era lì dentro che l'aveva nascosta.
"E dunque portasti la lettera in Inghilterra?"
"Sì, la consegnai nelle mani del colonnello Lawrence in persona, poco prima che lui sparisse per sempre sotto una nuova oscura identità. Me la fece leggere. Era l'innocua lettera di un archeologo a un archeologo. Il malinconico Von Dahl l'aveva scritta solo per rievocare i vecchi tempi con un uomo che aveva molte cose in comune con lui."
"Molte cose belle e troppe brutte, temo. E Lawrence? Ti fece paura come prevedevi?"
"Sì. Era un uomo devastato. Aveva gli occhi di uno che era andato oltre."
"Capisco, amico mio."
"E non sei curiosa di sapere come finì la faccenda dell'Arca di Noè?"
"Stavo per chiedertelo."
"Ne parlai con Arek quella stessa notte. Mi disse che il manoscritto bizantino esisteva, ma lui non poteva rivelare chi lo possedesse. E in confidenza, aggiunse che non sarebbe stato per niente contento che qualcuno lo ritrovasse. Mi confessò che secondo il manoscritto l'Arca non si era arenata dove tutti sanno, sulle pendici del monte Ararat, sacro agli Armeni, ma in un altro posto. E lui non aveva alcuna intenzione di rivelarmelo."
"Ah l'Arca non si sposterà di certo! Andrai a cercarla un'altra volta."
"Già, sarà per un'altra volta."
§§§
1) In passato, seguendo gli appunti di Baron Corvo, Corto Maltese era andato alla ricerca di uno smeraldo misterioso e del tesoro di Alessandro. Entrambe le ricerche si erano concluse in modo surreale.
2) La madrasa è una scuola di studi religiosi. Il sufismo è un'importante corrente mistica dell'Islam. Tekje (o tekke) è uno dei nomi usati per indicare il luogo di preghiera e di riunione degli adepti di una confraternita sufi, come i dervisci. La tekje di cui si parla qui è totalmente immaginaria ed eretica è non ha nessuna somiglianza e relazione con le tekje reali, di Aleppo o di qualsiasi altro luogo, e con il vero sufismo.